Recensioni

 

Arte da indossare: il fenomeno Adele Lo Feudo
di Stefano Maria Baratti

Arte e artigianato: l’inestricabilità dei due concetti e la sovrapposizione di motivi e strutture ascrivibili – ora maggiormente all’uno ora all’altro – è evidente nelle ultime opere dell’artista cosentina Adele Lo Feudo, opere da lei stessa coniate «mini dipinti gioiello, oppure dipinti da indossare»: una serie di immagini – nella maggior parte tondi realizzati con pittura acrilica su tela di lino – che ritraggono madonne, poetesse e dive del cinema e del teatro – tutte scomparse – magistralmente adornate da collane girocollo fatte a mano, inserite in eleganti bordure di lurex con pizzi, piume, merletti, passamanerie, fiocchi, paillettes, nastri e cristalli, rigorosamente ricamate all’uncinetto o al chiacchierino. A coronamento dei ritratti (dipinti a mezzo busto, o in primo piano), l’artista produce una «cornice» in veste sia di bene durevole e ornamento (accessorio di moda), che di atteggiamento devozionale (la composizione votiva), munita di un’essenza che interagisce esteticamente con il resto della composizione, in un effetto intenzionalmente «barocco».

Il critico tedesco Georg Simmel (1858-1918), nel suo saggio La Cornice del Quadro, affermava che la cornice «…esclude l’ambiente circostante, e dunque anche l’osservatore, dall’opera d’arte e contribuisce a porla a quella distanza in cui soltanto essa diventa esteticamente fruibile». Ne consegue che per comprendere le opere di Lo Feudo (il gioiello inteso come «pezzo unico») è fondamentale rielaborare un linguaggio estetico che trasporta l’osservatore dalla sua percezione del mondo industriale (ravvicinato, tangibile, seriale) in un mondo «remoto» (l’irregolarità del gesto simbolico-devozionale, pittorico e plastico come impronta della sensibilità individuale dell’artista) e nel quale il rapporto tra produzione industriale e artigianale è quindi invertito.

Ne risultano opere che sembrano certificare un processo di ibridazione tra arte e moda, tra sacro e profano e – a fortiori – tra arte «pura» e artigianato, in un rapporto dicotomico che intercorre tra le le immagini di oggetti votivi ( legati all’oggettivazione di un immaginario magico-religioso) e tutte le discipline a funzione mediale che caratterizzano i gioielli alla moda e gli oggetti industriali e comunicativi legati all’universo femminile.

Nella congiunzione della funzione simbolico-narrativa attribuita a queste immagini convertite in oggetti, si condensa una sorta di funzione talismanica, quelle che in passato si definivano come «arti minori», «arti applicate» o «arti femminili». In questa sede, la relazione fra arte pura e applicata acquista una valenza diversa, segnando metaforicamente la presenza di una riflessione estetica in quello che genericamente viene indicato come ex voto.
Ma si tratta di arte, artigianato, moda o design? Siamo difronte a delle iconografie oppure a degli accessori di moda prêt-à-por•ter? Sono tavolette votive sul genere vanitas, oppure oggettistica «ex voto suscepto» da indossare? Amuleti sacri o talismani profani? Memento mori, oppure ritratti di dive eterne? Icone di culto mariano, medaglie commemorative, oppure allegorie romantiche, di tono foscoliano, dedicate a Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna? La risposta è indissolubilmente associata a quella nuova corrente che a mio avviso potrebbe essere definita come «Fenomeno Lo Feudo: Arte da Indossare».
Ed è proprio in questa sinergia tra arte e gioielleria che si forma un connubio perfetto con continui rimandi stilistici, soprattutto perché Lo Feudo – lavorando instancabilmente – diventa creatrice di un originalissima manifestazione artistica, riconducibile al ruolo di bijoutier-artiste, autrice di opere dalla mutevolezza simbolica, esplorando i margini di sovrapposizione e contaminazione tra arte sacra, ritrattistica, gioielleria e moda, interrogandosi su cause ed effetti dell’interazione tra tutte le sfere coinvolte in un processo di ibridazione tra le varie discipline.
Quasi in aperto contrasto – oppure sfoggiando un intenzionale anacronismo con l’estetica attuale della multimedialità digitale ed iperrealista di forme divorziate dal contenuto – i soggetti selezionati da Lo Feudo posseggono un’intrinseca aurea di enigmaticità, nel loro divenire oggetti connotati da una consistenza al contempo materiale e immateriale, sacra o profana. La metamorfosi del ritratto in collana ne costituisce certamente una declinazione quanto mai pregna di stratificazioni culturali. In un intreccio straordinario di simboli, l’artista ritrae un vortice di personaggi passando in rassegna vecchie attrici, cantanti e antiche principesse che con il loro carisma e il loro innato gusto sono diventate delle vere icone di stile, da Grace Kelly e Audery Hepburn a Marilyn Monroe e Rita Hayworth, da Mae West a Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, quindi dalla Madonna del Pilerio (protettrice di Cosenza contro peste e terremoto) alle poetesse Liala, Grazia Deledda e Amalia Guglielminetti, dalla Madonna della Serra (protettrice di Montalto Uffugo) a Sibilla Aleramo e Vittoria Aganoor. Soprattutto le poetesse o «spiriti eletti» presentati da Adele (allegorie anti-materialistiche cariche di significato rousseliano), sembrano coniugare coraggiosamente motivi di pacato lirismo nella cultura figurativa romantica di primo Ottocento, presentando da un lato espressioni di revival di tradizione ed immagine fotografica (dagherrotipia) e dall’altro quasi una valenza simbolica di un ex voto carico di credenza popolare, ma che qui raggiunge nella contemporaneità uno status di «gioiello-feticcio», vale a dire una spiritualità che oggi direttamente o indirettamente continuiamo ad accantonare, relegandola ad «ammasso confuso di resti dell’arte del passato».

Stefano Maria Baratti
artista, critico d’arte, sceneggiatore

 

 

 

Adele Lo Feudo, the soul of Art deserves and saves Mankind
di Riccardo Proietti

Adele Lo Feudo (ALF) was born in Cosenza in 1967 but Perugia is the city where her artistic training was completed. Enchanted by her works, we are focusing on the cathartic and redeeming value of Art and hence on a conversation which turns into an interview.
Her first personal show was Wings for flying in 2010 followed by Fucsia in 2011, Motus Terrae in 2014 and many others. She organized events such A Pink Petal …not to forget, involving 65 artists in an anti-violence program on women, with a donation to a foundation with the works exhibited in Perugia and Cosenza.
In 2015 I realized a project titled Messi a nudo. I have asked various artists and common people to assume with a part of their body (exactly from the nose to the navel, using also the use of hands and arms) a pose that represented their personal concept of Art. Through an introspective inquiry of the same models where each of them represented a side of my own behaviour; the project began and ended with Adele painted twice as two opposing forces seeking an eternal balance.
Art as social awareness
The artist from Cosenza deals with the fundamental issues of her time – especially violence against women – deep reflections on the eternal conflict between life and death, (eros and thanatos), inspired by a dreamscape of life and work and invariably dedicated to her audience, with whom she wants to share her art.
I always thought that a painting was not only identified with aesthetics, but above all with content. Each work must include a message with social implications to be transmitted, poetry and emotion. Those who want to achieve goals must nevertheless suffer, and this side of life is so real in the most of my works; they often speak of fragility, pain , abuses, and surely, also about dreams and hopes.
Maccaturi
Cosenza is the hometown of Adele, very close to her roots. Starting from the photos of Gianni Termine, a calabrese Photographer, the paintress has created unique and original Maccaturi, painted on raw silk purchased by the cooperative Nido di Seta in San Floro (Catanzaro). The project involved 107 artists with the donation of 135 works.

The artist finely stretched the silk in a round frame, inside which she painted the images photographed by Termine. Inside each frame one can find the soul of an artist proud of her roots: seven artworks dedicated to Cosenza, and seven to Calabria.
Time after time, my artistic production has grown, becoming deeper and complex. Contradictions or rather contrasts are present in every person and I could not ignore it in painting. I continue to explore in the conviction that it will be a success as long as I can always be Adele. Art is nourishment and care for the soul…
Materials, techniques and performances
I usually paint with the acrylics, which I have been using since I had an allergic reaction to oil based colors. But this is not a strict criterion … how often the choice of using a given color, material or support, depends it depending on the project I want to accomplish. Everything changes based on the purpose I want to reach. I use everything: gauzes, feathers, nails, guitar strings, patches. ..
But if her works are original, her performances have a surreal and conceptual aftertaste …
Apparently, my performances were born randomly: in 2013, when I was involved in a project titled UbiCazioni and the organizers chose me because they were impressed with the set up of about how I had set up my unusual show at Cetona (Reflections). So in 2010 in New York I was fortunate to attend the performance of Marina Abramovic entitled Artist is present
I derive my take inspiration from my own life. Each of us has a wonderful and unique treasure, made of memories and something to draw. In my works and performances the conceptual is present. I love to combine different elements like painting, poetry, photography, music. I use everything I find useful to give value and strength to what my heart and mind feel to express.

Riccardo Proietti
Blogger

 

 

 

Intervista di Alessandra Primicerio tratta dal video una “Una vita per l’arte” , regia di Davide Noviello.

 

Eclettica è l’aggettivo più appropriato per descrivere Adele Lo Feudo, pittrice e performer. Diplomata al liceo classico e laureata in giurisprudenza, si trasferisce a Perugia e inizia a percorrere la via dell’arte. Si diploma e specializza come architetto di interni ed  in seguito consegue il diploma di maestro d’arte . 

  1. Adele come ha avuto inizio il tuo percorso creativo?

Quando avevo sei o sette anni andai a trovare con mia mamma  una sua amica pittrice che ancora oggi si occupa di pittura e fotografia. E mentre loro prendevano il caffe io rimasi estasiata del suo atelier dove vi erano immagini che rappresentavano i  campi di concentramento con colori cupi e tristi, ma ciò che mi colpì fu lo spazio. Vidi questo ambiente rettangolare e pensai: questo è uno spazio suo , un mondo suo dove può sognare, fantasticare  e fare quello che vuole. Al ritorno a casa, mia madre mi chiese se mi ero annoiata e io risposi che mi era piaciuto moltissimo e pensai:  da grande voglio fare la pittrice.

 

  1. Ci sono artisti del passato o contemporanei che hanno stimolato la tua creatività?

Sicuramente Frida Khalo. Sono stata nel 2010 a Città del Messico a visitare casa sua ed è stata una grande emozione. Ho conosciuto l’artista quando ancora non ne parlava quasi nessuno. Vidi una trasmissione televisiva Harem condotta da Catherine Spaak, poi uscirono articoli, il primo libro, il film e adesso la conoscono tutti. Mi ha colpito la sua sofferenza. Con Frida abbiamo in comune il dipingere soggetti femminili e  opere molto personali, autobiografiche.

Della   casa di Frida mi colpì la sua stanza che era piccina, in un luogo di passaggio. Il suo letto a baldacchino era senza  la parte superiore perché  il papà  le posizionava uno specchio così poteva vedere la sua immagine e dipingersi. Di fronte  al suo letto c’era un disegno incorniciato che rappresentava una gamba tagliata come un vaso con dentro le spine e una scritta in messicano il cui senso era piede perché ti piango se ho la fantasia che mi supporta in queste sofferenze? Questa immagine mi ha commossa. Al  ritorno, sull’aereo, mentre i miei cari dormivano, iniziai a schizzare delle idee e pensavo che anche io avevo avuto problemi alle gambe  e da lì l’idea del mio dipinto Ali  per volare. La fantasia aiuta.  A Frida mi accomuna questo, oltre al  tema del doppio.  Nel dipinto Le due Frida ci sono due Frida quella messicana e quella occidentale perché il papà era un fotografo tedesco. Quando andavo a trovare mia nonna a Salerno (perché  le mie origini sono metà cosentine e metà salernitane) lei mi diceva che ci sono due Adele quella buona e quella cattiva. Ho sempre pensato a questo tema del doppio, del bene e del male,  del giorno e della notte  e quindi la tematica del doppio di Frida l’ho sempre  sentita molto.

 

  1. Che tipo di formazione  hai conseguito per lavorare in questo campo , hai dovuto studiare  sperimentare, imparare  delle tecniche?

Ho fatto un cambio di rotta, dalla laurea in giurisprudenza, la scuola notarile, il cambiamento è avvenuto piano per non dispiacere ai miei genitori che volevano altro. I miei studi hanno  comunque inciso. Intorno ai 29 anni facevo tirocinio in uno studio notarile ma ero amareggiata,  ad un certo punto, anche in concomitanza di eventi quali perdite e problemi di salute, capii che forse era il caso di fare quello che mi piaceva e quindi ho abbandonato gli studi giuridici . Compravo spesso riviste di designer e venni cosi a conoscenza di  un  istituto e iniziai a frequentarlo. La  mia vita stava  cambiando.  Ho conseguito la specializzazione con il massimo dei voti e ho fatto pratica. Intanto si era liberato un posto  e ho insegnato nell’istituto per  sette anni. Ho cambiato piano piano, da giurisprudenza, ad architettura al designer. Dipingevo di notte  e iniziai a partecipare a  collettive finché venni a conoscenza  dell’ istituto Bernardino di Betto di Perugia dove si potevano intraprendere corsi serali e approfondire. Ho trovato artisti  e professori bravissimi come Ugo Levita e Marco Balucani che si occupa di scenografia , Marco Mariucci scultore umbro.  Io dipingevo come autodidatta, il mio amore per l’arte non lo avevo mai abbandonato, ma ho iniziato a lavorare con più consapevolezza e a fare i primi concorsi. Prediligevo il corpo umano quindi il figurativo. Utilizzavo i colori ad olio, ma a causa di allergie  li ho sostituiti con i colori acrilici che non amavo tanto perché si prestano di più per l’astratto, bisogna essere bravi, veloci  e competenti.  Ma se li usava Pollock, mi sono detta, posso farcela anche io. Adesso dipingo con i colori acrilici per velature.

 

  1. Dopo il diploma di maestra d’arte inizi a dipingere senza più interrompere. La tua prima personale è Ali per volare (2010) come hai vissuto questa esperienza della tua prima mostra?

Esperienza bellissima,  una sorta di battesimo. Se prima avevo solo delle partecipazioni a delle collettive dopo  Ali per volare ho fatto tante personali. Ho capito che era cambiato qualcosa e mi sono sentita finalmente me stessa. Per la personale scelsi  la villa comunale di Perugia, in stile liberty, su tre piani .

 

  1. Nel 2011 è la volta di un’altra tua personale Fucsia , che so che è il tuo colore preferito, perché, cosa ti trasmette questo colore?

All’ Istituto di Design   insegnavo diverse materie tra cui decorazione d’interni. È  fondamentale conoscere il colore per decorare. Molti pensano che scegliere un colore nell’abbigliamento sia casuale invece corrisponde a un nostro stato d’animo perché il colore è un’onda elettromagnetica che colpisce il nostro cervello, la pupilla , la retina che non è altro che un prolungamento del cervello. Quindi questi colori li captiamo  attraverso l’occhio  e li percepiamo nella nostra testa. Il colore che amo di più è il fucsia, perché è un misto tra rosso e blu, c’è una maggiore componente di rosso. Il rosso è un colore che piaceva a Diego Rivera e  rappresenta l’universo maschile e  femminile. Il fucsia lo vedo come una fusione ma anche nell’ambito del design il fucsia è un colore focalizzatore dell’attenzione, colpisce molto. Ho scelto questa tinta perché rappresenta il mio stato d’animo ed è anche un colore fashion che ha una forte componente di sensualità. Nel corso degli anni ho però variato. Da ragazzina mi piaceva tantissimo il verde che amo ancora e rappresenta l’equilibrio e l’armonia. Ma il fucsia trovo che sia un colore che rispecchia Adele che prima era repressa e riservata per non dispiacere ai  miei genitori.

 

  1. “Anima e corpo”, “Riflessioni” nel 2013; “Artista d’Avorio”, “Qui non si muore” e “Motus Terrae” nel 2014, “Messi a Nudo” nel 2015, “Presenze – Assenze” nel 2016. Fra queste personali, quale ti ha dato maggiori soddisfazioni ed emozioni e perchè?

Ogni mostra o personale che si prepara è come se fosse un figlio che partorisci. Spesso, come sai, se realizzo 21 opere  ho l’abitudine di utilizzare il 7 moltiplicato. C’è un motivo personale, di riflessione perché sette è un ciclo completo e 21 è  riflessione totale. Tante mostre mi sono care. Tra le preferite potrei dire Riflessioni perché è quella autobiografica, con sette modelli dipinti due volte, per un totale di 14 opere.  Rappresentavano  il lato positivo e  il lato negativo, il bene e il male. Era solo una riflessione di Adele, su se stessa e il suo vissuto.  Devo fare una premessa. A casa mia a Cosenza quando ero piccola c’era un corridoio e la mia stanza era alla fine di esso. Di fronte la stanza c’era uno specchio . Lungo il corridoio vi erano una serie di stanze e quando di sera accendevo  la luce nella mia stanza , in cucina o in bagno c’ era una sorta di riflesso sullo specchio . Mi capita spesso di pensare al mio passato e  guardare dentro di me, fare una analisi interiore, vedere il passato e pensare a questo corridoio che era come rivedere Adele. Per me è un tornare indietro e fare una valutazione a partire dalla nascita. Nel pensare tutto questo ho scelto 7 soggetti che rappresentavano sette momenti di Adele. Ho realizzato ogni dipinto in bianco e nero e a colori quindi contrapposti , con un oggetto di riferimento che rappresentava loro ma che nel mio caso poteva rappresentare me stessa, ad esempio con l’orologio che simboleggia il tempo che per me è fondamentale, un pennello che indica il mio amore per la pittura.

 Grazie a Jean Luc Bertoni ho trovato un posto bellissimo, a Cetona, l’Archidoro che è una casa museo sottoterra con un corridoio sotterraneo di sette metri. C’era una doppia tenda velata e si entrava uno per volta. A destra e a sinistra vi erano posizionati questi sette modelli in modo tale che l’osservatore alla fine del percorso si trovava davanti a una tenda nera con uno specchio dove c ‘era scritto Omnia mutantur. Ogni visitatore faceva questo percorso che rappresentava la nascita, e lo stimolava a porsi delle domande.  Vedeva la sua immagine nello specchio e la scritta Omnia mutantur e capiva che non era lo stesso di come era entrato perché tutto scorre, panta rei. Dobbiamo fare qualcosa che ci faccia sentire bene con noi stessi. È una riflessione per Adele ma anche per gli altri.

 

  1. Spesso dipingi l’universo femminile, come nelle tue mostre “Un petalo rosa”, “Presenze – Assenze”, “Le donne nel cinema”. Cosa pensi delle donne di oggi?

Non penso male. Credo che ogni epoca ha pregi e difetti. La donna è leggermente più libera rispetto al passato ma non totalmente, ci sono molti condizionamenti che io stessa ho subito. La donna per me va sempre difesa e tutelata. Nelle mie mostre l’obiettivo era quello di  ricordare  e omaggiare tante donne artiste anche che non ci sono più e che hanno avuto tante difficoltà o non hanno potuto farsi conoscere. E poi mi piaceva l’idea di far conoscere, nella mostra Presenza – Assenze delle donne di oggi , una delle modelle è proprio Alessandra Primicerio, bellissima modella rappresentata come una rosa rossa.  La donna di oggi ha molto più gusto,  è più libera ma ci sono ancora tanti condizionamenti e io sono molto sensibile al tema delle violenze e penso che anche se l’amore finisce  e non ci si ama più,  il rispetto deve essere alla base e non deve venire mai meno.

 

 

  1. 8. Hai dipinto diversi ritratti e anche tuoi autoritratti, cosa cerchi di trasmettere quando ritrai qualcuno e come vedi te stessa attraverso i tuoi quadri?

Quando dipingo non mi interessa rappresentare ciò che si vede. La tecnica è importante deve essere elevata, ma a questa tecnica deve aggiungersi l’interiorità del soggetto che viene dipinto. Altrimenti recepisco tutto come molto freddo. La tecnica è fondamentale ma mi interessa di più studiare l’anima del modello. Parlando di me o della vita del modello necessariamente mi portano ad ALF cioè ad Adele Lo Feudo. La sofferenza, la fragilità è fondamentale. Io spesso tolgo la parte superiore, la testa, gli occhi e lascio la bocca e il torace. Qualcuno può pensare che siano opere sul corpo, invece l’apparenza inganna. Ho voluto togliere la testa che è raziocinio, intelligenza, calcolo e lasciare l’animo, la passione, il sentimento, l ‘interiorità. Quando dipingo me stessa metto tagli e crepe che significano che il tempo passa e noi siamo fragili, allora è importante lanciare messaggi positivi. Per me queste rappresentazioni sono delle finestre sull’anima. Spesso quando vado a letto, sempre molto tardi,  rifletto al buio ed è come se guardassi dentro di me , come un affacciarsi dentro me stessa. I miei quadri spesso hanno dei toni scuri, alcuni hanno un richiamo a Caravaggio. Tolgo tutto ciò che è materia e mi piace lasciare lo spirito, la fragilità. Spesso escludo il viso e lascio soltanto la bocca. La bocca, il torace e le mani. Sono significative per me.

Le immagini dei decolté che dipingo non sono casuali. Quando ero piccola restavo spesso dalla mia madrina, zia Vienna, che portava degli scolli a V e dei medaglioni che si aprivano con delle immagini all’interno. Lei mi metteva seduta sulle sue gambe mi abbracciava e io finivo con il viso nello scollo. Se penso a  lei , penso a questo abbraccio, a questo seno accogliente che rappresenta la maternità, ma anche sensualità. E ripensando allo scollo di mio zia e al suo medaglione ho realizzato dei medaglioni , delle mini pitture su seta con ricami e dipinti in acrilico che richiamano gli ex voto. Le mini pitture ricordano anche quando  accompagnavamo la nonna di mio marito al Santuario della  Madonna di Pompei e visitavamo  le navate laterali dove vi erano gli ex voto.

 

  1. L’atto creativo è un fatto incomprensibile e molto affascinante. Solitamente come trovi l’ispirazione per le tue opere? Luoghi, persone, avvenimenti…?

Traggo ispirazione dal mio vissuto. Ogni persona ha un cofanetto dove ci sono i ricordi, i valori , i posti che ha visto. È un cofanetto virtuale, potrebbe essere lo stesso cuore che raccoglie tutte le emozioni che lo hanno colpito e nel momento in cui l’artista crea la sua opera tira fuori qualcosa da questo cofanetto: deve uscire il tuo contenuto, la tua interiorità, la tua anima. senza questo sarebbero solo immagini senza contenuto, non emozionerebbero. Un artista serio non attinge al cofanetto altrui ma parla dei suoi ricordi e del suo vissuto.

 

 

  1. Adele tu sei anche una performer. Quando hai iniziato ad usare questa forma espressiva dell’arte contemporanea?

 

Ho iniziato intorno al 2012, 2013.

E’ stato un caso. Nel 2010 ho visitato la città di  New York e ho visto, al Moma, Marina Abramovic che faceva un performance e sugli altri piani del museo tanti co-performer che riepilogavano le performance che lei aveva fatto nell’arco della sua vita. Mi ha colpito così tanto che mi sono avvicinata a un modo diverso di fare arte. Nel 2012, 2013 mi contatta un architetto di Cosenza e mi chiede se voglio fare una performance, a Papasidero,  sul tema della vita. Scelsi un ponte che sta su un altro ponte con dietro la chiesa perché rappresenta un passaggio. Pensai alla vita, al ciclo, ai petali di rosa, a Pitagora, alla spirale.. Utilizzavo  uno strumento, il tuono, che produce una sorta di eco. All’apertura e chiusura della performance ho creato l’atmosfera con questo strumento. Questa è stata la mia prima performance.  

 

  1. Durante le tue performance interagisci con il pubblico? In che modo e come risponde il pubblico alle tue performance?

Mi piace molto interagire con il pubblico,  lo faccio anche con i dipinti. Come nella mostra Fucsia dove uno dei miei dipinti aveva delle gocce e ognuno poteva ritagliare una goccia e portarsela a casa. Sulle gocce c’erano scritte delle parole: amore, gioia, sofferenza ecc , cioè cosa significava per me l’arte. Devo dire che il pubblico risponde molto bene alla mie performance.

 

  1. Cos’è per te la classe, l’eleganza?

Bellissima domanda ma anche difficile. Per me l’eleganza non è l’abito firmato o l’essere alla moda. La classe è qualcosa che un po’ hai e un po’ la coltivi, un misto di anima, di cultura, di modi,  anche la sofferenza può insegnare ad avere classe.   Non la indentifico con l’abbigliamento ma è legata ai modi alle scelte, ai comportamenti.

 

  1. In questi anni quali difficoltà hai incontrato e come pensi che si potrebbe migliorare la situazione di chi, come te, lavora nel campo artistico?

Le difficoltà ci sono e ci saranno sempre. È importante però fare gruppo. L’ho ho fatto in Un petalo rosa e nei Maccaturi . Ognuno deve essere se stesso, ma è fondamentale avere rapporti con gli altri, essere umile, confrontarsi, paragonarsi  in modo costruttivo. Se vedo un bravo artista lo dico, non riesco a tacere. Per essere bravo il pittore non deve solo realizzare una bella opera ma deve anche trasmettere un messaggio sociale,  trasmettere qualcosa di positivo.

 

  1. Cosa significa per te essere un artista oggi? Cosa consiglieresti a chi volesse avvicinarsi al mondo dell’arte?

Domanda interessante e complicata. Se penso a me dico sono una pittrice. Non so se sarò mai un’artista qualificata, non posso dirlo io, ma il fruitore e il tempo. Oggi è difficile trovare un artista vero perché il vero artista deve vivere per l’arte, non deve pensare ai soldi. Deve essere idealista, avere sogni, deve essere illuso perché se sei condizionato dai soldi e dal successo la tua vena artistica si inaridisce invece se fai ciò che senti prima o poi  arriveranno cose belle. L’artista deve avere le circostanze a favore, deve essere paziente, deve avere contenuti e deve insistere nonostante delusioni e solitudine. Il vero artista è solo  perché è una persona che fa molta ricerca interiore.

 

Alessandra Primicerio

Critico d’arte

 

 

 

 

Per giungere fino a te
di Stefano Maria Baratti

“Da piccola avevo un grande sogno: fare la pittrice; ma poi la vita mi ha portato su strade diverse.”
– Adele Lo Feudo
Adele Lo Feudo, nativa cosentina ma da anni di casa a Perugia, narra il suo percorso artistico in una nutrita mostra antologica, una genesi spesso travagliata («È stato un percorso solitario, in salita e con tanti ostacoli che mi hanno provocato non poco dolore..») e il cui prodotto finale corrisponde sia alla presa di coscienza del proprio passato, sia alla somma forma dell’espressione intersoggettiva che non sopprime il carattere intimo e profondo delle opere, ma lo consegna al suo pubblico – un iter purificatorio dell’ anima – per accedere a sfere più elevate e spirituali, come veicolato nel titolo stesso della rassegna: «Per Giungere fino a Te».
Nel panorama mediatico contemporaneo dominato dalla moda del «selfie», dove la contagiosa modalità di comunicazione richiama l’affermazione narcisistica di sé, Lo Feudo cambia la direzione del suo obiettivo («La mia è una continua e costante fase di ricerca dentro e fuori Adele…») per condividere con il pubblico momenti significativi del suo percorso artistico e i cicli che l’hanno scandito. Le opere selezionate per l’occasione – dipinti e artefatti provenienti da precedenti mostre – propongono pertanto di ripercorrere alcune tappe che l’artista ha brillantemente ricostruito in una retrospettiva autobiografica che affronta una pluralità di tematiche, tutta una serie di reperti iconici su cui ha concepito le sue opere. Seguendo le fasi tracciate dall’artista, abbiamo la possibilità di constatare i resoconti che Lo Feudo ci fornisce, e tramite i quali emerge il valore intrinseco della pittrice: «In pratica un percorso che parla di me, del mio rapporto con la natura, del mio concetto di donne e uomini e della vita stessa…poi della morte ( è importante dare un senso alla nostra vita) e in ultimo…dell’ Arte che io spero possa farmi ricordare…come io ricordo tante artiste che mi hanno emozionata…»
Nella vita dell’artista esistono solo due realtà: la coerenza con se stessi e la perpetua indagine sul mondo esterno. La passione per l’arte in tutte le sue forme accompagna Lo Feudo sin da bambina: « Sono veramente tanti i fattori che confluiscono, i ricordi della mia infanzia e terra di appartenenza, la mia formazione culturale, il mio modo di sentire le cose, di affrontare la vita, il mio perenne sognare…»
Se l’infanzia è da considerarsi come il lato pienamente concreto e documentabile dell’esistenza di un’artista, vi sono poi tutta una serie di elementi fittizi, trasfigurati, ricostruiti o semplicemente sognati e immaginati, attorno ai quali inevitalbilmente si sviluppa lo schema generale di una fiaba.
Secondo l’antropologo russo Vladimir Propp, la fiaba segue un percorso lineare: Equilibrio iniziale (esordio); Rottura dell’equilibrio iniziale (movente o complicazione); Peripezie dell’eroe; Ristabilimento dell’equilibrio (conclusione). Ed è proprio con un tale percorso che Adele Lo Feudo introduce la sua mostra personale, ricorrendo ad una fiaba, ovvero una performance, fase liturgica facente parte del suo linguaggio artistico ed intesa a rilanciare il volto e il corpo dell’artista, una sorta di «autoincapsulamento» del proprio corpo nella profondità e mistero dell’arte: «In pratica vorrei effettuare una performance che evochi la semplicità e ingenuità dei bimbi, il richiamo alle favole ed ai sette colori dell’ arcobaleno….un messaggio che valga non solo per me..ma anche per chi sarà presente e vorrà dunque cercare di capirmi…a terra, al centro della navata centrale ed in direzione dell’ ingresso, sarà posizionato un pezzo quadrato di tela bianca su cui io solitamente dipingo. Tra il bordo e la metà del quadrato si troverà un tamburo. Inizia la performance..»
«Per Giungere fino a Te» è un progetto artistico che, pur nelle sue varie polivalenze, riflessioni, rimandi, tecniche e variegate tematiche, rivela una sua uniformità d’intenti; si tratta di una storia personale intesa come entità astratta che ripercuote la sua azione sulla vita di ognuno di noi e ne stravolge il corso per sempre. Adele Lo Feudo ci invita a spegnere momentaneamente il quadrante del nostro cellulare, eliminando le apparenze per ripristinare il ruolo della finestra, quella cornice da cui l’uomo osservava la vita sociale, la stessa che Leon Battista Alberti definiva « aperta sul mondo».

Stefano Maria Baratti
artista, critico d’arte, sceneggiatore

 

 

 

Testo critico
di Marco Botti

Sette anni di intensa ricerca artistica condensati in una grande mostra retrospettiva.
Negli spazi ricavati dalla ex chiesa di Santa Maria della Misericordia, nel cuore di Perugia, Adele Lo Feudo presenta “Per giungere fino a te”, il suo nuovo progetto espositivo che guarda a ciò che è stato, ma con il cuore e la mente già proiettati al futuro.

Il sette non è un numero casuale. Considerato fin dall’antichità e nelle principali religioni e filosofie uno dei simboli per eccellenza, esso rappresenta la conoscenza, la ricerca delle parti più recondite dell’esistenza, l’equilibrio perfetto. Il sette è anche il numero della creazione e della vita, l’espressione della mediazione tra umano e divino, tra terreno e spirituale.
Tutti questi elementi fanno da sempre parte dell’universo lofeudiano e il visitatore li potrà individuare nelle varie sezioni da cui è composta l’antologica.

L’artista e performer – cosentina di nascita e perugina d’adozione – muove dall’autoindagine per portare avanti una complessa esplorazione del mondo esterno e dell’uomo contemporaneo, ogni giorno alle prese con le contraddizioni, le debolezze, le instabilità che descrivono questa epoca.
“Per giungere fino a te” è dunque un vero e proprio compendio dei principali cicli che Lo Feudo ha portato avanti in questi anni. Eterogenei per la tematica ma allo stesso tempo legati da un fil rouge: il proprio vissuto.
Ecco quindi che possiamo ammirare le dualità vita/morte, luce/buio, sogno/realtà, presenza/assenza, osservare l’amore dell’autrice per la sua terra d’origine, la riconoscenza verso figure del passato che hanno segnato la sua crescita artistica e di vita, la sensibilità verso drammi tristemente attuali come la violenza sulle donne.

La cifra stilistica figurativa di Adele, l’uso peculiare del colore, in particolare del fucsia, la forza monumentale delle figure consentono all’osservatore di empatizzare subito con il suo mondo pittorico, in cui neorealismo e post pop sconfinano con originalità nell’iperrealismo, nel surrealismo e nel concettuale.
Nell’arte dell’eclettica pittrice coesistono un percorso solido alle spalle e un talento finalmente libero di esprimersi, ma soprattutto emerge il coraggio di una donna artista dei nostri tempi, che ha saputo superare gli ostacoli e abbattere le barriere che la vita le ha messo di fronte, che ha ottenuto la gioia passando per la sofferenza, che si pone degli obiettivi e lotta quotidianamente per raggiungerli.

Steve Jobs sosteneva che «siamo qui per lasciare una traccia nell’universo». Adele Lo Feudo quella traccia la sta lasciando, ogni anno sempre più evidente, ogni anno sempre più profonda… e non è difficile immaginare che il bello deve ancora da venire.

Marco Botti
Giornalista

 

 

 

L’arte attraverso un maccaturo
di Alessandra Primicerio

La presentazione della collettiva “I Maccaturi”, ideata e curata da Adele Lo Feudo e Gianni Termine, si è svolta a Catanzaro Lido presso la Galleria Mo.dà.
In una location calda e accogliente i maccaturi sono stati sistemati dalla gallerista Antonella Gentile.
In vetrina spicca l’opera di John Picking artista inglese che vive in Italia, famoso in campo internazionale.
Il progetto di Adele ha coinvolto non solo grandi artisti, ma anche letterati, sociologi, registi, fotografi e altri che hanno saputo esprimere al meglio i loro sentimenti raccontando un loro ricordo o appartenenza ad un luogo.
Due stanze sono state completamente dedicate alle opere degli ideatori.
Le foto della Calabria e di Cosenza, sono di Gianni Termine, amante della fotografia che da anni immortala i bellissimi paesaggi e monumenti della nostra terra trasmettendoci sensazioni di nostalgia, ammirazione o stupore.

Cosenza è la città natale di Adele, artista trapiantata a Perugia, ma ancorata alle sue origini, e dalle foto di Gianni ha realizzato maccaturi unici e originali, dipinti su seta grezza acquistata dalla cooperativa “Nido di Seta” in San Floro (CZ).
L’artista ha sapientemente chiuso in un telaio rotondo la seta, all’interno del quale ha dipinto gli scorci fotografati da Termine.
Non sono semplici riproduzioni meccaniche della fotografia, mere ostentazioni di tecnica, ma all’interno c’è l’anima di un’artista che ha sempre pensato che dietro la più bella delle esteriorità c’è qualcosa di estremamente profondo.
Infatti non solo i suoi ritratti rivelano uno studio introspettivo, ma anche i suoi paesaggi hanno le stesse connotazioni e suscitano le medesime emozioni.
Sette opere dedicate a Cosenza, sette alla Calabria.
Sette, un numero da sempre caro ad Adele che ritroviamo in tutte le sue personali.
Il sette è simbolo della ricerca mistica, della scoperta e della conoscenza.
Nella cultura biblica, il sette indica perfezione e completezza.
Sette sono i giorni della creazione e i giorni della settimana.
Non a caso chi ama questo numero è profondamente introspettivo e ama auto-analizzarsi cercando nella profondità del suo animo sempre nuove risposte.
Il quindicesimo maccaturo realizzato dalla Lo Feudo è a colori e girandolo si leggono i versi scritti dall’artista: un tenero ricordo della sua infanzia legato al maccaturo, oggetto di altri tempi, ma ancora oggi attuale nei suoi svariati usi.
Nella stessa stanza ha trovato posto il maccaturo realizzato dalla madre di Adele con la foto di sua nonna, alla quale l’artista ha dedicato il progetto.
La nonna con il suo storico fazzoletto-maccaturo legato in testa o arrotolato per creare un appoggio sul capo e portare la cesta con la frutta, come ricorda Adele, rivive in questo omaggio voluto dalla pittrice.

Proseguendo nella successiva stanza colpiscono il nostro sguardo gli oltre 100 maccaturi, stesi a un filo come panni. Un tripudio di colori, di sensazioni e di sentimenti, dove ognuno di noi può leggere qualcosa di profondo, qualcosa che l’artista ha cercato e ha voluto trasmettere in pochi centimetri di stoffa. La kermesse si è conclusa con una interessante dimostrazione sulla lavorazione della seta, partendo dal bozzolo, dal quale vengono estratti anche due chilometri di filo di seta.
Le prossime tappe della mostra, ricche di sorprese, saranno ad Altomonte il 15 ottobre, e poi a Montalto, Rende e Mendicino.

Alessandra Primicerio
Critico d’arte

 

 

 

I MACCATURI di Adele Lo Feudo
Intervento di Giovanna Bruschi alla presentazione del libro “I Maccaturi”

Buon pomeriggio, ho accolto con piacere l’invito di Adele e sono qui per presentarvi, a chiusura dell’evento, due o tre considerazioni in merito al libro. Vorrei iniziare l’ intervento con “C’erano una volta … come se fosse una favola … I Maccaturi – storia– fotografia – pittura , questo è il ritmo finora seguito dai Relatori nella presentazione del libro, un libro delizioso che ho letto con vero piacere alla scoperta dei Maccaturi, ignara del loro significato e che per noi umbri è risultato essere il fazzoletto, la cosa più semplice. Mi sembra di tenere in mano il libro come un gioiellino avvolto da un maccaturo, per proteggerlo, custode di una storia intrecciata di tradizioni, usi e costumi della Regione Calabria e in particolare di Cosenza da dove parte la vita e la ricerca di Adele Lo Feudo che vive da anni a Perugia.
Abbiamo ascoltato dalla sua voce come si è sviluppato lentamente il tema scelto da lei interagendo con il fotografo Gianni Termine, compagno di studi della sorella, con l’intento non solo di riabilitare il maccaturo attraverso una mostra, ma promuovendolo in una pagina di Facebook, Adele ha ottenuto risposte da parte di un vasto pubblico eterogeneo per età e culture diverse che ha aderito all’iniziativa senza indugio ed ha saputo rispondere al progetto altamente significativo di arte pittura e fotografia con entusiasmo e spirito di gruppo. Di conseguenza ha contribuito all’attribuzione di un nuovo valore: usarlo per ripristinare occasioni di solidarietà storico – sociale tra generazioni e culture, in una operazione cara all’artista, che più di una volta si è impegnata in performance di gruppo con temi al femminile. Anche in questa prova Adele si è posta con animo sincero alla ricerca della via per ritrovare se stessa ed è riuscita, come è solita fare, a coinvolgere un sostanzioso numero di artisti.
La ricerca è durata all’incirca sei mesi.
In questo tempo arido e destabilizzante Adele Lo Feudo trova così la sua felice collocazione nel tessuto artistico – culturale nazionale e internazionale facendosi breccia con vivacità, allegria e fervida immaginazione. Questa è ALF, pseudonimo di Adele Lo Feudo, una creatura sensibile e allo stesso tempo vulcanica con l’urgenza di fermare il tempo e le emozioni trascrivendole per soddisfare la sua ricerca, attratta dalla perfezione e spinta da un profondo moto dell’anima – messaggio utile per tutti gli esseri umani che sono alla ricerca di un proprio posto nel mondo in armonia con le cose, con la natura, con il tutto.
Ho conosciuto Adele Lo Feudo nel 2007. Partecipò ad un concorso di pittura qui a Perugia indetto dall’Associazione Culturale “Il Corimbo” Pensiero e Immagini dove, in quella occasione, ricoprivo il ruolo di Presidente della Giuria.
Fu un’esperienza bellissima perché avevo esaminato le opere dei partecipanti applicando una tabella di valutazione per obiettivi, da me articolata, per consentire alla fine di concludere serenamente la valutazione delle stesse, seguita da un giudizio analitico abbastanza coerente con le finalità stabilite, e Adele Lo Feudo si aggiudicò il Terzo Premio con un’opera dall’impianto innovativo che fece breccia in me e nella commissione. La percezione che ho avuto allora trova la conferma oggi, sono di fronte ad un’Artista che continua a farsi notare e a far parlare la critica più accreditata. Sempre in moto, estroversa, curiosa, intraprendente, per Lei le interazioni sociali sono fonte di emozioni positive energizzanti, ma c’è da aggiungere anche un forte richiamo spirituale che la sollecita alla ricerca di uno spazio interiore invisibile stimolante, in equilibrio con il suo essere donna. Brava! Goditi questo momento, considerata la fatica che hai dovuto affrontare nel redigere il libro, e complimenti in ultimo, ma non ultimo, a Jean Luc Bertoni per i vari contributi che ha attivato al fine di promuovere l’evento che sicuramente avrà un seguito, perché gli stimoli sono tantissimi, si può dire illimitati, se lo estendiamo in circolarità nel mondo.
Termino il mio intervento come l’ ho iniziato con “c’era una volta”, formulando i migliori auguri per questa edizione dei Maccaturi, con la consapevolezza di consegnare al fruitore uno scrigno che custodisce schegge di memoria storica, ricordi di vita, arte e quant’altro, … Grazie!

Giovanna Bruschi
Artista

 

 

 

“Presenze / Assenze. Io sono !”
di Bruna Condoleo
Articolo pubblicato sulla rivista Ars et Furor (Periodico di cultura artistica e di informazione) n.48, aprile-giugno 2016

Un progetto originale e complesso, frutto di un’accurata ricerca personale, è quello realizzato da Adele Lo Feudo per una mostra che si inaugurerà il 26 giugno p.v. a Camo, in provincia di Cuneo, nella Pinacoteca Civica, un Museo a cielo aperto suggestivo e sensibile alle innovazioni.
Adele Lo Feudo è un’artista genuina: autodidatta, innamorata della pittura, attenta ai temi sociali e culturali della contemporaneità che trasferisce oggettivandoli con perizia tecnica nella pittura. Anche se la figura femminile risulta da sempre centrale nella sua sperimentazione artistica, nella mostra “Presenze/Assenze. Io sono!” nuovi elementi evidenziano il grave problema della strage di donne, piaga drammatica del nostro tempo. In un’originale carrellata di immagini Adele ha dipinto donne diverse: pittrici, designers, scrittrici, fotografe e poetesse, professioniste unite da un forte impegno umano e artistico e da una passione per il loro essere al mondo.
Sette di loro sono operative nel campo dell’arte, le altre sette ci hanno purtroppo lasciato, ma non sono spariti i segni tangibili della loro creatività; dunque un quadro di talenti femminili che la pittrice calabrese traduce in immagini, scritti ed elementi naturali che consentano di penetrare emotivamente nella natura più intima di ciascuna.
Lo stile energico di Adele Lo Feudo indugia sui tratti psico-fisici delle donne ritratte: un fiore simboleggia coloro che continuano con determinazione il loro luminoso cammino terreno, mentre un ritratto e un pensiero, racchiusi in una scatola rivestita di doppia tela, simili a un ex-voto, connotano le donne che hanno già affrontato con coraggio i limiti della condizione umana, non perdendo tuttavia la speranza.
Non soltanto i lineamenti del volto rendono riconoscibili le personalità prescelte, ma anche elementi tipici del loro linguaggio artistico: bellissimi, ad esempio, in “Assenze” i dipinti riferiti a Frida Kahlo e a Niki de Saint Phalle, dove Adele accentua gli stilemi del loro immaginario figurativo, carico rispettivamente di sensualità e di gioiosità cromatica.
La personale a Camo si configura quale omaggio all’universo femminile, privo di retorica ma ricco di pathos; grazie a uno stile denso, dalle forme tese, dalle tinte vivaci e dalle linee nervose, la pittrice riesce ad emozionare e a commuovere, spesso ad inquietare.
La grazia della simbologia floreale utilizzata in “Presenze” esalta, attraverso la magnificenza dei colori, il carattere di ciascuna protagonista come, ad esempio, nel ritratto della scrittrice Giulia Morello, circondato dal bagliore di un girasole, oppure nell’immagine della poetessa Esperia Piluso, immersa nella bellezza esotica di una ninfea.
Gli elementi di natura non sottraggono vigore al realismo espressionista delle opere, così in “Assenze” la realtà si coniuga con il sottile mistero delle immagini delle artiste scomparse, le quali, come ha osservato il critico Stefano Maria Baratti, evocano i ritratti egizi del Fayyum, gli enigmatici dipinti funebri d’età romana (primi secoli d.C.).
La drammaticità del destino e il peso dell’umana precarietà trapelano dagli sguardi di queste giovani donne morte prematuramente, anche se le epigrafi che le accompagnano spesso inneggiano alla vita…
Le esistenze segnate da eventi tragici non hanno consentito loro di espandere appieno la propria creatività: Gina Alessandra Sangermano, fotografa calabrese, morta a 41 anni; Ana Mendieta, artista latino-americana, spentasi a 37 anni in modalità misteriose; Tina Modotti, fotografa e attrice, morta a Città del Messico in circostanze sospette; Pippa Bacca, nipote di Piero Manzoni, artista morta tragicamente a soli 34 anni durante un programma televisivo che attraversava 11 paesi teatro di guerre, e infine Francesca Woodman, fotografa nativa del Colorado, suicidatasi a New York all’età di 22 anni!
Diversamente in “Presenze”, il destino ha permesso di esprimere passioni e di realizzare i loro sogni ad Alessandra Primicerio, critico e storico dell’arte (rosa rossa); ad Angelica Sticca, fotografa (tulipano viola); a Grazia Marino, in arte “Dadagabem”, scultrice (bouganvillea); a Erminia Fioti, performer e pittrice (papavero) e a Vivy Lombardo, designer (orchidea): donne consapevoli, volitive e ricche di talento.
La capacità di evidenziare attraverso la pittura l’intima forza, i lirici turbamenti, gli stupori e le paure delle donne ritratte, insomma le emozioni attorno a cui si articola ogni vita, proviene dalla peculiarità dello stile di Adele, un neo-espressionismo carico di tensione psichica e un colore usato con funzione emotiva.
La struttura della mostra “Presenze/Assenze. Io sono!”, che si concluderà il 26 luglio 2016, non è di tipo narrativo, ma evocativa di stati d’animo, di inquietudini e di sentimenti anche contraddittori, com’è contraddittoria la vita stessa, elementi che ogni osservatore potrà ricomporre e collegare al proprio vissuto.

Bruna Condoleo
storica dell’arte, curatrice di mostre e di cataloghi d’arte

 

 

 

PRESENZE / ASSENZE: IO SONO
di Stefano Maria Baratti

…Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

(Edoardo Sanguineti, La Ballata delle Donne)

Un tributo alle donne nella personale di Adele Lo Feudo
La mostra di Adele Lo Feudo (Cosenza, 1967) intitolata «Presenze/ Assenze: Io Sono!» è un eterogeneo tributo al ruolo femminile nel settore creativo, attraverso quattordici ritratti di donne, tra artiste, artigiane e designer: sette viventi (le «presenze»), e sette scomparse (le «assenze»). Sono ritratti scomposti, rivisitati e riproposti con inquietudine da un’artista che ha realizzato diverse mostre con una tematica dedicata alle emozioni e ai riferimenti spirituali che interrogano non solo sull’ esistenza di un più ampio continente dell’arte, ma anche sull’importanza di collegare la volontà di ricostruzione alla necessità di indagare gli episodi che sembrano trasgredire la storia fatta dai soli artisti uomini. Lo stesso titolo «Presenze/ Assenze: Io Sono!» termina con un’esclamazione, quasi un messaggio con valore rafforzativo che vuol affermare – con tono di voce alto e con l’enfasi propria del discorso diretto – la frontiera più avanzata su cui attestare la libertà della donna e la sua autodeterminazione. In tale contesto, Lo Feudo connota dei parametri attuali dove presumibilmente l’arte al femminile non ha ancora trovato adeguata collocazione rimanendo nella storica subalternità rispetto a quella maschile.
Ma al di là di alcune cautele e polemiche legate a questioni di genere occorre, forse, puntualizzare che per l’artista cosentina esiste un terreno affine, riconducibile alla libertà di comunicare attraverso la potenza dell’immagine ciò che l’ingegno della donna avverte senza regole o dogmatismi: il prodotto di un talento progettuale che fa parte della ciclicità della vita, e su cui Lo Feudo dedica quattordici ritratti (personaggi famosi e scomparsi, oppure contemparanei ed emergenti) che non reagiscono con senso di smarrimento ma con volontà di determinazione ed invenzione di sé : «da tempo in un cantuccio della mia mente avevo riposto l’ idea di un progetto al femminile per fare conoscere o ricordare donne che per l’Arte avevano consumato tutta la loro vita». Le sette opere rappresentanti le artiste scomparse («Assenze») a cui Lo Feudo dedica uno spazio privilegiato, sono nella maggioranza donne in principio autrici solitarie, clandestine, relegate in una condizione di marginalità e destinate a essere dimenticate, che divennero (o sarebbero potute divenire) tra le voci più significative dell’arte del nostro tempo: Ana Mendieta (1948-1985), una delle prime artiste latino-americane ad avere un ruolo significativo a New York , morta nel 1985 cadendo dal 35° piano in circostanze mai chiarite; Pippa Bacca (1974-2008), nipote di Piero Manzoni, artista morta tragicamente durante la performance itinerante «Spose in Viaggio», con cui si proponeva di attraversare, in autostop, 11 paesi teatro di conflitti armati; Gina Alessandra Sangermano (1966-2007), fotografa calabrese emergente, donna brillante e piena di energia, spirito libero e creativo, precocemente scomparsa; Francesca Woodman (1958-1981), fotografa originaria del Colorado, resa famosa dalle sue esposizioni lunghe o la doppia esposizione, morta suicida gettandosi da un palazzo di New York all’età di 22 anni; Tina Modotti (1846-1942), fotografa e attrice morta a Città del Messico secondo alcuni in circostanze sospette; Niki de Saint Phalle (1930-2002), celebre pittrice, scultrice, regista e realizzatrice di plastici; Frida Khalo (1907-1954), leggendaria pittrice messicana che in seguito ad un evento terribile, cambiò drasticamente la sua vita e la rinchiuse in una profonda solitudine che ebbe solo l’arte come unica finestra sul mondo.
Lo Feudo colloca queste sette «Assenze» in una sala immersa nella penombra, a luci diffuse, tramite un assemblaggio composto da «scatole» di legno («shadow boxes» concettuali), all’interno delle quali sono racchiusi i ritratti che, come delle reliquie, verranno estratti al momento della mostra, e appesi alle pareti circostanti con un velo di garza. Riallacciandosi tematicamente alle effigie degli antichi « fayyūm» egiziani di età tolemaica, questi ritratti visti di prospetto costituiscono una preziosa testimonianza mnemonica della storia, del contributo e dell’evoluzione artistica di queste donne.
Le sette «Presenze» che si contrappongono in maniera armoniosa e solare come una soluzione di continuità tra vita e morte – in modo da ricongiungere la dicotomia «essere/non essere» sotto un unico comune denominatore – sono sette donne attive nell’attuale settore culturale italiano. Richiamando il tema nordico delle ghirlande seicentesche che circondano gli angeli annunzianti di Sassoferrato, Lo Feudo ritrae le sette donne al centro di ovali contornati da vivi simbolismi floreali. Sbocciando alla stregua di gemme rare e preziose emergono la dolcezza e la forza di carattere dei soggetti, avvertibili nella delicata trama dei colori, nelle raffinate sfumature cromatiche, nella lussureggiante sensualità femminile e dalla devozione dell’anima. Il gruppo di opere viene collocato sul pavimento di una sala adiacente e luminosa. Protagoniste di questa costellazione di emozioni sono: Alessandra Primicerio (critico e storico dell’arte, fiore: rosa rossa); Angelica Sticca (fotografa, fiore: tulipano viola); Grazia Marino, in arte “Dadagabem” (scultrice, fiore: bouganville); Esperia Piluso (sociologa e blogger, fiore: ninfea blu); Erminia Fioti (performer e pittrice, fiore: papavero); Giulia Morello (scrittrice e regista, fiore: girasole); Vivy Lombardo (designer, fiore: orchidea).
Artista autodidatta, Adele Lo Feudo continua a dimostrare – unitamente a essere una pittrice di rara sensibilità e tecnica pittorica – un’estrazione artigiana che l’accompagna nella vita professionale come nella ricerca estetica. «Ogni volta che una donna viene lasciata sola, ogni volta che una donna viene dimenticata, ogni volta .…ce ne sarà un’altra pronta a non farla dimenticare!» ecco il filo conduttore della sua parabola umana ed artistica che in «Presenze/ Assenze: Io Sono!» rimanda alla sua specifica e personale formazione in continuo sviluppo.

Stefano Maria Baratti
artista, critico d’arte, sceneggiatore

 

 

 

MESSI A NUDO
di Stefano Maria Baratti

“Una qualunque attività profana, quotidiana, che si svolgerà al rallentatore con dei momenti d’immobilità in un silenzio assoluto, sembrerà cerimonia. Una luce, di cui non si sa da dove venga, darà alla cerimonia questo tono d’inevitabile, che tende a imprigionare il momento. I gesti saranno più che dei gesti, il loro significato più della loro apparenza. Ho spesso visto o creduto di vedere così la realtà”. Leonor Fini (1907-1996)

Se esiste una chiave di lettura nei dipinti di Adele Lo Feudo (in arte “ALF”) – artista poliedrica che spesso correda i suoi dipinti con delle performance e tableaux vivants, impersonando figure mitologiche e veicolando un sistema di segni e metafore – è l’immobilità dell’elemento umano, sul cui baricentro intervengono forze fisiche e psichiche che ne sconvolgono l’equilibrio stabile e tutti i fattori distributivi di forma e direzione, proiezioni di movimenti invisibili in un equilibrio percettivo che quasi sempre sconvolge ed inibisce il centro geometrico della tela.
Nel dibattito artistico contemporaneo, il figurativismo come “rappresentazione riconoscibile del valore dell’esistenza umana individuale” viene spesso sostituito dall’arte concettuale o informale come opposizione e sconnessione dei piani di sistema del reale. Questa in fondo, è la storia delle avanguardie e delle loro tensioni “etiche”: l’interrogazione irrisolvibile del rapporto tra rappresentazione e mondo, la distanza incolmabile tra opera artistica e condivisione sociale e l’impossibilità di una conciliazione tra vita e forma, corpo e anima, ragione ed emozione.
In quest’ottica, i contributi proposti da Adele Lo Feudo si pongono nel solco di una riflessione che, ripercorrendo il leggibile, l’udibile e il visibile, propone un attributo umano nel tentativo di illustrare come e quanto il processo di sublimazione implicito alla funzione emotiva partecipi alla costituzione dell’individuo e al suo inprint evolutivo: “Dentro ho dovuto tenere il mio amore e desiderio per l’ arte. I miei non volevano. Un giorno per rabbia infilai tutti i miei colori, matite e pennelli in una scatola, sotterrandola un buco stretto sotto un mobile, e per dieci anni non l’ho piu’ riaperta…” L’artista che confronta il suo passato suggerisce al pubblico il percorso interpretativo di una tematica ricorrente: l’emozione in chiave negativa e nella fattispecie la malinconia intesa come tratto caratteristico della personalità moderna evoluta tout court dal mondo classico (visibile, figurativo), il leit motif delle sue opere, un percorso lucido, filosofico, ma non privo di visioni oniriche, sul quale Lo Feudo organizza la sua evasione in seno ad una scissione anima/corpo.
Significativo in tal senso è sia il Fedone di Platone, dove il corpo è simile a un carcere da cui non possiamo liberarci di nostra iniziativa, sia la raffigurazione di Socrate che indica di guardarsi allo specchio come metafora del “guardare se stessi” nel senso del precetto delfico “conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν).
I dipinti di Lo Feudo alterano l’immobilità del ritratto conferendo un carattere di “sbilanciamento”, soggetti privi di esterni, divorziati dalle atmosfere naturali e dai paesaggi en plain air, delimitati nel campo visivo di una tela come metafora di prigionia, clausura, horror vacui e claustrofobia. Sono uomini, donne (e spesso autoritratti) immersi in un oscuro contesto cromatico caravaggesco col proposito di dare all’opera un alterato equilibrio estetico. Questi soggetti appaiono e scompaiono nella tela con linee bloccate, figure troncate, spesso esplicitamente statiche, in un isolamento esistenziale di personaggi che occupano solo parzialmente la scena con un peso spaziale e forze direzionali incerte, seminali, embrionali, dettate da incognite e mistero.
Il titolo dell’ultima serie di opere di Adele Lo Feudo, “Messi a Nudo”, racchiude in sé un gioco linguistico. Da un lato il significato più genericamente riferito alla figura umana, nella sua nudità, in quanto oggetto di studio e di rappresentazione nelle arti figurative (nell’accezione lata di “mettere allo scoperto, liberare da ciò che avvolge o riveste o ricopre”), e dall’altro il senso figurativo di “mettere in evidenza, scoprire senza reticenze o sottintesi”. Si tratta di ventuno opere che raccolgono una selezione di ritratti di artisti italiani su richiesta da parte dell’artista di una libera interpretazione soggettiva dell’arte: “Ho chiesto di assumere con il loro torace e con l’ uso di mani e braccia una posizione che rappresentasse il loro concetto di arte, avvalendosi di un tessuto del loro colore preferito…”
Il contesto formale e cromatico in cui sono inseriti i ritratti degli artisti esprime un contenuto rivelatore di equilibri psicologici dove l’emozione mantiene una valenza di agente quasi estranea al corpo, spesso solo contenitore di istinti inconsci. Ogni artista si esprime con gesti (soprattutto espressioni del volto, tratti somatici e movimenti delle braccia) che connotano sia l’interazione psicofisica del talento individuale con il mondo oggettivo, sia l’incarnabilità di un dinamismo inconscio come apertura al dialogo con il pubblico e occasione per sperimentare molteplici possibilità d’interazione. I soggetti acquistano un carattere di forme chiuse e isolate, delimitati da interni privi di atmosfera. Ne nascono delle opere misteriose, che malgrado siano definite nella dimensione del campo visibile (la composizione quadrata che di norma conferisce al soggetto la propria determinazione spaziale), sono altresì proiettate verso una stabilità comunque sfuggevole che rimanda ad una ipotetica impalcatura fuori campo ogni riferimento esterno alla propria soggettività.
Per conferire unità cromatica ai suoi dipinti, Lo Feudo formula delle variazioni sui temi e i soggetti che più le interessano, imponendo delle tonalità dal freddo grigio azzurro, al caldo giallo arancio a seconda del soggetto, manifestando capacità unificanti di istinti inconsci in un’armonica asimmetria destra-sinistra, alto-basso con interruzioni di bisettrici che dividono il campo visivo altalenante tra un interno claustrofobico ed un esterno del tutto inesistente.
Sono questi gli elementi in comune con l’esistenzialismo di Francis Bacon, nella ricerca del “dentro del dentro” come in una scatola cinese, o matrioska, nelle stratificazioni della materia, nella trama dei segni, e nelle sovrapposizioni del colore alla continua ricerca di assonanze e dissonanze.
Con una sensibilità cromatica che connota il suo linguaggio poetico, Adele Lo Feudo non solo rivela le tematiche di un gruppo di artisti italiani, ma anche reinterpreta e “mette a nudo”i tormenti e le inibizioni della società contemporanea. Le sue tele fungono da prigione, luoghi di passaggio in cui radunare tutte le energie psichiche per la fuga, e dove si coniugano le dimensioni complesse della composizione tanto della labilità quanto dell’abilità dell’anima divorziata dal corpo, e dalle sue varie epifanie.

Stefano Maria Baratti
artista, critico, saggista e sceneggiatore,

 

 

 

Una performance art di Adele Lo Feudo all’interno del Festival Internazionale della Multimedialità e dei Linguaggi Formativi Contemporanei
di Alessandra Primicerio

“Ciclo”, la performance di Adele Lo Feudo, si è svolta all’interno della prima edizione del Festival Internazionale della Multimedialità e dei Linguaggi Formativi Contemporanei, ideato e organizzato dalla storica e critica d’arte Carmelita Brunetti. L’evento iniziato il 20 giugno 2015 e terminato il 30 ottobre dello stesso anno ha avuto come scenario le bellezze naturali e le memorie bizantine di Frascineto in provincia di Cosenza tra il Pollino e la Sibaritide.
L’avvenimento, legato all’EXPO di Milano, è stato dedicato all’arte, alla natura, al cibo e alla legalità.
Al concetto base dell’evento si ricollega la performance di Adele: fondamentale è ascoltare il nostro corpo in rapporto con se stesso e con l’ambiente circostante.
Come pittrice predilige i ritratti: corpi acefali in cui colpiscono le imperfezione in cui emerge la psiche dei soggetti ritratti, tra cui se stessa. Ama autorappresentarsi, scavare nella propria interiorità aldilà dell’involucro fisico del corpo, solo così l’artista arriva ad una profonda conoscenza di se stessa. Tale percorso parte da una foto che poi trasporta sulla tela: medicina per l’anima.
Suggestive e originali le performance di ALF (pseudonimo dell’artista) sono rappresentate all’aperto o all’interno di gallerie d’arte o spazi espositivi.
Come nei dipinti il soggetto principale è il suo corpo che diventa pretesto per far comprendere l’interiorità e concetti che arrivano direttamente al cuore degli spettatori.

La performance Ciclo inizia con il suono di uno strumento musicale chiamato Tuono e la lettura del testo scritto dall’artista Stefano Maria Baratti: Flora.
Adele ha intitolata Ciclo la sua performance perché la vita è un successione continua dove tutto inizia e tutto finisce, si lega anche al cibo, al frutto la cui vita è scandita da alcuni momenti principali: la germinazione, la maturazione, la senescenza. Queste fasi sono determinate principalmente dalle stagioni con diverse disponibilità di calore, acqua e luce.
Panta rei (“tutto scorre”) diceva Eraclito, filosofo greco vissuto ad Efeso tra il 535 e il 475 a.C., “non possiamo mai bagnarci due volte nelle stesse acque di un fiume”, perché ogni cosa muta in continuazione.
La performance riferita sia all’uomo che alla natura ha come parola chiave “ciclo”: Adele entra in scena con un velo bianco (simbolo di nascita) che poi toglie per rappresentare il bambino che viene alla luce.
Non siamo a conoscenza se la nostra vita sarà breve o lunga o cosa ci riserverà: La vita è come un viaggio, non finisce mai. La fine di un viaggio è l’inizio di un altro. Bisogna vedere quello che non si è visto, vedere di nuovo quello che si è visto, vederlo in primavera, in estate, di notte , di giorno, con il sole e con la pioggia. Bisogna sempre ricominciare il viaggio. (Josè Saramago)
La performer ha scelto il bianco per rappresentare la nascita in quanto contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. Il bianco infatti, come dimostrò Newton, era formato dalla combinazione di altri colori.
L’artista veste di nero, assenza di colore e simbolo di morte.
Dopo la sua entrata con il velo bianco (la nascita) dal suo abbigliamento nero inizia ad aprire 7 petali del suo colore preferito il fucsia che la autorappresenta.
La performer avanza sul tappeto bianco e inizia a staccare i petali lasciandoli cadere a destra e a sinistra. Pronunzia sette parole che corrispondono ai suoi Sogni ( con riferimento ai suoi sogni da bambina), Amore(quello che sognava da ragazza), Impegno (riferito al lavoro, all’amore); Illusioni; Delusioni; Speranza eFede (perché spera che la vita abbia un senso, un significato ultimo).
Dopo aver staccato tutti i petali le viene portato un calice che si ricollega al concetto che la vita è un dono:
“La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo,
ogni emozione che ancora ci sorprende
l’amore sempre diverso che la ragione non comprende”
(Renato Zero, La vita è un dono)

Ognuno di noi dovrebbe fare di tutto per dare un senso alla propria esistenza facendo crescere i talenti che Dio ci ha donato.
Cosa ne facciamo dei nostri talenti? Li distribuiamo? O li teniamo in cassaforte?
La buca scavata dal servo malvagio e pigro della parabola di Gesù indica la paura del rischio che blocca la fecondità dell’amore e la creatività.
Adele offre un frutto ad ogni presente (alcuni lo prendono, altri lo mangiano, altri lo conservano, altri piantano il seme). Il messaggio che vuole trasmettere è semplice: ognuno di noi cosa ne fa della propria vita e dei talenti che Dio ci ha donato?

Dopo aver terminato il percorso Adele torna indietro ad indicare che tutto ricomincia, appunto Ciclo.
L’artista coinvolge gli spettatori e li porta a riflettere. Ogni astante prova un sentimento diverso guardando la performance che è un’opera vivente, come dice la stessa Adele.
La performance si avvale della memoria e della testimonianza di coloro che assistono e partecipano in qualche modo; non è vendibile, non è trasferibile.

Alessandra Primicerio
Critico d’arte

 

 

 

VOGLIO CREDERCI ANCORA
di Stefano Maria Baratti

Osservando i due pannelli di Adele Lo Feudo intitolati “Voglio crederci ancora”, ci si trova di fronte a un soggetto ad occhi chiusi seduto nella posizione del loto di Hatha Yoga, rappresentato con caldi e avvolgenti toni di rosso e d’oro. Ma la posizione non sembra raggiungere un rilassamento o favorire la meditazione. Il baricentro oscilla ora avanti, ora indietro, come in mancanza di un equilibrio. Esiste infatti l’ambivalenza di due poli opposti: amore come attesa (pars costruens) e disperazione (pars destruens), eros e thanatos che attraendosi, si respingono. Contrariamente alle protagoniste dell’immaginario romantico (giovani eroine tormentate dalla passione amorosa, anime inquiete alla ricerca della pace interiore), il duplice soggetto proposto dall’artista – dove la figura femminile risponde a un’estetica precisa e codificata, candida, con lineamenti armoniosi e regolari, rivestita da un velo e posizionata in ambito devozionale – sembra suggerire l’archetipo di una divinità femminile come fonte del mondo fenomenico, potere dell’amore, manifestazione di sesso e maternità. In tali frangenti, la frase “Voglio crederci ancora” sorge dalle profondità dell’inconscio umano e si rivela una formula ritmata da poteri magici e propiziatori, la forza incontrollabile di continuare a credere nell’attesa dell’amore.

Stefano Maria Baratti
artista, critico d’arte, sceneggiatore

 

 

 

 

MOTUS TERRAE
di Stefano Maria Baratti

Se la finestra è intesa come veduta rinascimentale o apertura che rende la membrana tra ciò che è interno e ciò che è esterno permeabile, in questo dipinto ALF intenzionalmente interrompe la tensione del rapporto “dentro-fuori”. La simbologia della finestra con funzione di veduta panoramica sul paesaggio viene sostituita con un’inquadratura che – ruotando su un asse di 360 gradi – ripropone la tragicità del terremoto, vale a dire il mondo esterno che “penetra” nella dimensione della vita privata e la distrugge.
L’immagine rivela la trasformazione di un ambiente di intimità familiare in uno spazio irreale, le tenebre del vuoto, dell’assenza, del terrore e della fuga. La luce minimalista di cui si avvale ALF con toni rossastri, dalla ruggine al nero simboleggia l’interruzione dell’interno (lo spazio degli affetti, lo spazio femminile dell’attesa, dei lavori e della tranquillità domestici) convertiti nella metamorfosi dell’ignoto, l’habitat del mondo estraneo. Mi viene in mente la sequenza finale di “Professione Reporter”, dove il regista – Michelangelo Antonioni – parte con una carrellata dall’interno di un’abitazione, ne rivela l’esterno attraversando la finestra, e con una complicatissima manovra ritorna, girando su un’asse di 360 gradi, dentro la finestra, ma ora rivelandone l’oscurità, la tetra penombra dove nel frattempo è stato commesso un omicidio.
Ugualmente, nella composizione di questo dipinto, ALF abilmente esclude la realtà diretta del dramma (il terremoto, il caos), proponendone solo un riflesso, quasi “girando le spalle” al terrore per concentrarsi, quasi disperatamente, in un punto fisso. Una dimensione che in un solo istante , “in questo preciso momento”, trasforma il presente in passato remoto.

Stefano Maria Baratti
artista, critico d’arte, sceneggiatore

 

 

 

 

QUI NON SI MUORE !
di Stefano Maria Baratti

Il titolo della galleria di Adele Lo Feudo, “Qui non si muore”, nella sua accezione più lata e più profonda, è indissolubilmente legato al contesto ideologico, estetico, plastico del cimitero comunale di Perugia, dove vengono interpretate in chiave pittorica le tematiche della vita e della morte.
Ma le immagini di Lo Feudo non rientrano nell’ottica del “docere delectando” o da atteggiamenti patetici e malinconici, tenerezze sentimentali volte alla capacità di commozione sul genere “ larmoyant”.
I pannelli di Lo Feudo si distinguono soprattutto per la capacità di sovrapporre l’opera d’arte (generata, per Hegel, dallo spirito assoluto e sua diretta manifestazione) alla banalità del luogo comune.

Il cimitero pertanto opera una sorta di conciliazione tra spirito e materia, universale e particolare, tra finito e infinito, verità e realtà e in ultimo tra uomo e assoluto.
I dipinti sono frammenti di un percorso, delimitato dal perimetro del cimitero di Perugia, dove – senza coinvolgere gli astanti – si mescolano asimmetria, grandiosità sbalordante di bassorilievi e statue, ordine e disordine, movimento barocco o neoclassico, plasticità ridondanti dell’ornato, mescolanze di elementi musicali e teatrali.
In tali frangenti, quando luce e tenebra si incontrano nella tela, nasce lo spazio tridimensionale e metaforico nel quale presumibilmente il cimitero testimonia vita e morte, come frattura insanabile fra vita ideale e realtà empirica.
Il titolo della mostra di Lo Feudo sembra trascendere qualsiasi misura di entropia e disordine: il modo verbale della frase “Qui non si muore” nasconde una sottile ambiguità pragmatica, in quanto può sottintendere sia un’asserzione (nel modo indicativo, come frutto di una deduzione), sia un divieto (nel modo imperativo, in maniera più o meno perentoria,).
“Qui non si muore” provoca lo stato d’animo forse più tipico del romanticismo: la profonda insoddisfazione del presente, che forse Lo Feudo espone con una traccia di malinconia.
Ricordo un bambino di otto anni che nello stesso cimitero di Perugia, insieme al padre, andava spesso a “visitare” sua madre, precocemente scomparsa.
L’avvenimento suscitava sempre nel bambino forti emozioni, incongrue con l’ambiente sobrio e sepolcrale. Correva a depositare dieci lire nella cassa del custode e ad afferrare il secchiello, riempirlo d’acqua, e poi, munito di scopetto e qualche margherita, si avviava, euforico, nei vasti meandri dedicati alla morte, nei quattrocento metri che dal cancello lo separavano da sua madre.
Il percorso era un labirinto monocursale, tratteggiato da aiuole variopinte e fantomatiche proiezioni di volti e forme angeliche di marmo, granito, bronzo e ghisa, le stesse che Lo Feudo ha voluto riprodurre in questi ventuno magistrali dipinti, che restituiscono al cimitero comunale il loro autentico dinamismo spirituale forse smarrito nel tempo.

Stefano Maria Baratti
Artista, saggista e sceneggiatore

 

 

 

 

Testo critico
di Alberto D’Atanasio

C’è un’arte figurativa che è pura rappresentazione del vero, in alcuni casi è l’evoluzione filosofica estetica della Mimesis greca con cui si definiva tutto ciò che concerne il termine “imitare” dal greco antico μῖμος, cioè mimos più propriamente l’“imitatore”, l’attore e quindi anche la rappresentazione mimica. La parola derivava a sua volta dal verbo μιμεîσθαι, più propriamente l’imitazione della realtà e della natura, che è il fondamento, secondo l’estetica classica, della creazione artistica. La mimesis permise agli scultori ellenici di raffigurare gli dei simili agli uomini e di dare immagine così a virtù e debolezze umane. Ma c’è un’arte figurativa che è invece raffigurazione dei moti dell’anima, si dipinge il visibile per raffigurare l’invisibile. Si distingue dal Surrealismo e dalla poetica della Metafisica perché l’artista caratterizza, con la figurazione, la natura e il soggetto trasmutati dal pensiero. L’immaginazione diventa così una sorta di universo in cui le emozioni e i ricordi che l’arte suscita diventano veicolo per la comprensione di tutta l’opera. È qui che ha il prologo la filosofia estetica di Adele Lo Feudo, Alf. Le sue figure sono una sorta di oblò, dove l’osservatore inizia una sorta di percorso in cui le immagini dipinte compongono una sorta di mappa, una carta geografica dove ritrovarsi e allo stesso tempo perdersi. Adele Lo Feudo ha una tecnica mirabile che ha affinato da maestri eccellenti. Lei ha quella genialità femminile che le permette di dare al soggetto una caratterizzazione specifica per cui ogni suo quadro è vera rappresentazione e raffigurazione simultanea. Ogni sua opera è come una parte di palcoscenico; l’attore, mimos, ci rivela un volto, la prosopon, la maschera. L’osservatore diviene spettatore e al fine una esposizione diventa la ricerca, giocosa, del proprio volto, quello più vero.

Alberto D’Atanasio
storico dell’arte

 

 

 

SPERIMENTAZIONE E PASSIONE NELLA PITTURA DI ADELE LO FEUDO
di Emidio De Albentiis

Ci sono passioni che, pur potenzialmente presenti fin dal primo fiorire dell’autonomia personale di ognuno di noi, si fanno strada solo dopo percorsi se non tortuosi, perlomeno multidirezionali: è il caso dell’amore per la pittura (e, più in generale, per l’espressione artistica) di Adele Lo Feudo, cosentina di nascita ma ormai perugina di adozione. Il suo bagaglio culturale si è infatti nutrito, nel tempo, di elementi preziosi come la formazione classica durante il liceo, gli studi giuridici, prima, e di architettura d’interni, poi, durante gli anni universitari: in epoca più recente, quando la pittura stava diventando da semplice passatempo a profonda ed essenziale ragione di esistere, Adele ha coerentemente approfondito le tecniche artistiche conseguendo brillantemente il diploma di Maestro d’Arte. Ho voluto sottolineare questo articolato cammino non per semplice intento didascalico, ma per cogliere, fin dall’inizio, la dimensione complessa dell’ispirazione di Adele Lo Feudo, perfettamente rispecchiata dalla sua poetica d’artista e dal suo stile, che si richiamano entrambi, per più versi, ad una sorta di dimensione neo-pop venata di concettualismi a sfondo esistenziale, come si vedrà meglio più avanti. Né si deve sottacere un’evidente inclinazione della pittrice verso un marcato sperimentalismo che la porta spesso ad arricchire i dipinti con significativi ed espressivi inserti polimaterici, segno ulteriore – peraltro comune a tante esperienze di quest’ultimo secolo di arte – di quella volontà, tipica della Lo Feudo, di voler andare oltre i confini del linguaggio puramente pittorico.
Soffermandomi più volte a parlare con lei della sua visione estetica, ho avuto la fortuna, in un’occasione, di dare uno sguardo anche ai suoi taccuini d’appunti, in cui è possibile cogliere le tantissime idee che Adele elabora e sviluppa nella sua ricerca: solo una parte di questa produzione riesce poi a trovare effettivo spazio nella produzione pittorica, non tanto per lentezza esecutiva (cosa che, in sé, non sarebbe comunque un male), ma proprio per l’affastellarsi quasi caotico e magmatico con cui i progetti si rincorrono nella mente dell’artista. È il segno, questo, di un’urgenza emotiva che accompagna sempre i dipinti di Adele, che non sembrano conoscere pause nel loro voler trasmettere un’interiorità pervasa al tempo stesso da delicati trasalimenti e da tensioni destabilizzanti. Ma non si tratta solo di un’ispirazione neoromantica tutta centrata su se stessa, anche se questo tema occupa tanto il suo spirito: la Lo Feudo cerca anche, per quanto le è possibile come artista, una dialettica con l’Altro da Sé. Ho qui in mente, tra i dipinti del 2009, un’opera come On, dedicata ad Albert Einstein, o l’acrilico Nel silenzio della notte, in cui una porzione in sezione dell’Empire State Building di New York (che in qualche modo ricorda il celeberrimo lungometraggio Empire di Andy Warhol) dialoga con una scomposizione cromatica ispirata all’architettura del grattacielo e non priva di echi mondrianeschi.
È però opportuno tornare sui lavori per più aspetti autobiografici dell’artista, o perlomeno su alcuni di essi: uno dei temi centrali, sia sul piano formale che su quello più squisitamente poetico, è da individuare nella volontà di Adele di esprimersi mediante una sorta di caratteristica duplicazione, a volte di immediata e dichiarata leggibilità (come, ad esempio nel doppio autoritratto Mi specchio e mi rispecchio, con, ben percepibile, un dialogo tra solarità immediata e più inquieti palpiti notturni), in altri casi con ancor più sottili implicazioni. Penso, tra gli altri, a un dipinto particolarmente fascinoso come Che m’importa… se ho ali per volare!, in cui un altro autoritratto della pittrice, nuda e accoccolata entro uno spazio celeste indistinto senza che sia possibile scorgere il suo volto, pare racchiusa in se stessa nonché frenata nel suo possibile volo a causa di pernetti metallici infissi nel suo corpo: nella parte superiore dell’opera, la Lo Feudo ha però inserito il profilo di due ali, in parte realizzate grazie ad incavi nel supporto e in parte con elementi dipinti talvolta terminanti con delle piume. Benché il titolo di questo lavoro si presti ad una duplicità semantica, credo che la migliore interpretazione, naturalmente anche e soprattutto sulla base dell’immagine creata dalla pittrice, consista nel difficile rapporto tra il nostro fatale essere legati – quantomeno per forza di gravità – alla terra e il desiderio di poter spaziare nell’infinito.
A questo punto dell’analisi ritengo importante sottolineare il rilevante ruolo intellettuale e la notevole forza ispiratrice rivestiti, per Adele Lo Feudo, da una pittrice straordinaria come Frida Kahlo: proprio in tempi molto recenti, Adele ha compiuto un viaggio in terra messicana per renderle omaggio, ma l’amore per la geniale e sfortunata artista rimonta certamente indietro nel tempo. Da Frida sembrano quindi discendere opzioni stilistiche come la predilezione per le immagini doppie e le implicazioni esistenziali, capaci simultaneamente del tormento e del sogno, nonché un certo, sensibile grado di autobiografismo (tra le altre opere, in tal senso significative, dell’artista cosentina, citerei due dipinti del 2009 dal medesimo titolo, Il mio limite, in cui l’iride oculare assume una funzione di complesso e travagliato diaframma tra Sé e il mondo esterno). Naturalmente, con questo, non si intende affermare che la pittura della Lo Feudo sia semplicemente un calco della grandissima arte di Frida Kahlo, quanto sottolineare come quest’ultima sia stata e continui ad essere un punto di riferimento e di meditazione. Anche lo stesso iconismo di Frida sembra avere trovato spazio nella pittura di Adele, ma tale elemento formale appare essere una scelta con radici ancora precedenti, derivanti da quelle atmosfere neo-pop cui già si faceva cenno: a questo proposito pare utile ricordare alcune esperienze pittoriche di qualche anno fa, centrate su celebri icone di massa come, ad esempio, Moana Pozzi e la cantante italo-francese Dalida. Questa mostra perugina di Adele Lo Feudo va vista certamente come una tappa importante del suo cammino di artista, senz’altro aperto verso ulteriori traguardi ancora tutti da scoprire sia per lei stessa che per quanti vorranno soffermarsi ad ammirare i suoi lavori.

Emidio De Albentiis
Docente presso l’Accademia di belle arti “Pietro Vannucci” di Perugia

 

 

 

ADELE E ADELE
di Cristina Madini

Incontro Adele Lo Feudo per la prima volta ad agosto in galleria. La temperatura è elevata e il caldo insopportabile, lei con i suoi lavori è appena arrivata da Perugia. Lavoro nelle arti visive da molto tempo. Potete non credermi, ma è dura. Continuo però ad amare questo mondo come se per me fosse ancora tutto da scoprire, e quando scopri qualcosa di nuovo e vitale, allora, tutto il resto non conta. Sei solo tu e l’epifania dell’arte che ancora una volta si rinnova.
Adele porta con se 18 opere e tanta energia da travolgere chiunque. Scarta qualche pacco e mi rendo subito conto che è impossibile guardare questi lavori e non riflettere per un momento sul loro significato.
Adele Lo Feudo è una narratrice per immagini, con una chiara vocazione per il racconto. Ha una pittura libera da schemi sintattici e rappresentativi precostituiti e un’illustrazione corposa accentuata da molta energia cromatica. Adele Lo Feudo propone in pittura ciò che ricerca, percepisce, vede, sente nello spazio interno, lacerti e residui di sogni, di apparizioni, taccuini della memoria. Usa l’arte come banco di prova, proiezione dei nodi psichici, che come per magia si sciolgono, si liberano dalle tensioni e trovano risposte alle domande insorgenti della vita. Dipinge per dare una forma alle sue emozioni. Dipinge per conoscersi. Dipinge per capire cosa governa la sua filosofia della vita. Questa sete le ha fatto scoprire che l’amore è il più meraviglioso strumento iniziatico. Questa visione, comune a tutti i grandi sistemi esoterici, la ritroviamo nell’alchimia, nel tantrismo, nella kabbala e nei nostri giorni nel Surrealismo. L’amore esalta la magia trasformatrice del sentimento e implica l’aspirazione a condividere una più grande libertà, una giustizia reale, una fratellanza universale.
Adele Lo Feudo nel suo percorso ha evitato ogni forma di dogmatismo, ha capito che non esiste una verità assoluta. Ha accettato le contraddizioni dell’esistenza, e anzi, ha saputo trarre forza dalle loro tensioni.
Mi viene in mente Spinoza per la nozione che “l’amore è letizia e che la letizia è il passaggio dell’individuo da una minore ad una maggiore perfezione”, chiarendo che il desiderio “non è altro che la stessa essenza dell’essere”.
Adele riflette su come l’universo ricostruisce la nostra poetica, tentando di capire prima se stessa per tentare soltanto dopo di “cambiare la vita” (Rimbaud).
Adele utilizza l’amore come uno strumento di conoscenza perché è l’unico sentimento che permette di capire se stessi attraverso la comprensione dell’altro. Soltanto identificandosi con l’altro, infatti, si può scoprire la propria doppia natura. Da qui il passo è breve per trovarsi nel tema del dualismo, in una “dualità non duale” come risultato del processo d’individuazione, per Jung.
Il tema del doppio è universale, lo si riscontra sia a livello cosmologico, dove l’essere umano (il microcosmo) è il riflesso dell’universo (il macrocosmo), sia a livello ontologico, dove nella Donna è riflessa l’immagine archetipica dell’uomo (l’animus) e nell’uomo, quello della donna (l’anima). In tempi moderni l’indagine della psiche ha confermato l’intuizione dell’uomo della preistoria che già aveva capito che l’essere umano è parte d’un tutto riflesso in se stesso.
Il risultato del lavoro di Lo Feudo è una rappresentazione doppia dell’esistere, colma di presenze. Sogno e realtà, materia e spirito, di questa tensione è fatta tutta l’opera di Lo Feudo; non certo irrimediabile dicotomia, ma come indistinguibile unità del creato.
Adele affronta ‘Il Doppio che abita in noi’ esplorato da Freud e Jung, da Rimbaud nell’intuizione: ‘Io sono un altro’, e da Duchamp espressa nell’epitome del “rinvio speculare”. L’ambizione di Lo Feudo è la stessa di quella del poeta che ambisce a “sanare il mondo” con una concezione olistica, perché questa implica una profonda partecipazione alle sorti dell’umanità, del nostro pianeta, della sua fauna e della sua flora.
Come in un cerchio si ritorna a Spinoza che ha creduto nell’unità dell’Uno che contiene il Due, quest’unità che abolisce ogni soluzione di continuità tra la vita e la morte, la donna e l’uomo, lo spirituale e il materiale, l’amore e l’erotismo.
Parallelismi sono stati fatti tra la visione olistica del Tutto e gli ultimi sviluppi della fisica quantistica. Nel 1964 il fisico J.S.Bell pubblicò le prove del suo teorema secondo il quale le particelle subatomiche sono connesse fra loro in modo che trascende lo spazio e il tempo così che qualsiasi cosa avvenga a una particella influisce sulle altre con effetto immediato senza bisogno di tempo per essere trasmesso. Gli effetti di cui parla Bell rivoluzioneranno il nostro modo di comunicare e di interagire. Potremmo forse comprendere come i nostri pensieri e sentimenti (campi energetici) influiscono sulla realtà assai più di quanto immaginiamo oggi.
Vorrei anche ricordare due artiste: Frida Kahlo e Niki de Saint Phalle che sono state le sue guru (nel significato sanscrito della parola: Maestro ispiratore) Frida per l’esternazione del suo Io, nell’ambito di un surrealismo sperimentato con vigore, una pittura di getto, e da Niki un input di un Nuoveau Réalisme. Ambiti chiari e forti che l’hanno portata ad utilizzare nelle sue opere oltre alla divisione netta della tela anche gli oggetti più disparati e impensabili: piume, decori, viti, borse, foto, stoffe, cerotti, catene, ferri, molle.

Cristina Madini
curatrice Galleria Rosso Cinabro