Testi critici

 

 

Complimenti per la sua arte che trovo evocativa e di immediata cattura, pur nella ricerca filologica, storica e antropologica di grande rilievo. Rallegramenti.

Donato Antonio Loscalzo

Professore di lingua e letteratura greca presso Università degli studi di Perugia

 

 

 

Nelle tue opere c’è una carica erotica derivante NON dalla “sessualità” ma dalla “sensualità”.

E’ un respiro interrotto che dall’anima (dal di dentro del corpo) esce dai pori della pelle per renderla preziosa, vellutata e sensuale.

Non attraverso gli occhi, ne mediante le labbra riveli la tua espressione di donna che ama la vita, ma attraverso il “contatto” leggero con la pelle.

La diversità tra il materialismo del corpo e la sensualità, è insita nella dolcezza spirituale di una donna. Quella che sa donare il proprio amore nella consapevolezza di una sensibilità disposta al cedimento ma attenta a difendersi dalle volgarità di tanti.

SEI TU la musa ispiratrice.

Io sono solo il possessore delle dita, utilizzate dagli angeli della bellezza interiore, per rivelare agli altri il tuo amore per le bellezze della natura e delle sue creature.

 

Mario  Lanzione

Pittore

 

 

 

Arte da indossare: il fenomeno Adele Lo Feudo
di Stefano Maria Baratti

Arte e artigianato: l’inestricabilità dei due concetti e la sovrapposizione di motivi e strutture ascrivibili – ora maggiormente all’uno ora all’altro – è evidente nelle ultime opere dell’artista cosentina Adele Lo Feudo, opere da lei stessa coniate «mini dipinti gioiello, oppure dipinti da indossare»: una serie di immagini – nella maggior parte tondi realizzati con pittura acrilica su tela di lino – che ritraggono madonne, poetesse e dive del cinema e del teatro – tutte scomparse – magistralmente adornate da collane girocollo fatte a mano, inserite in eleganti bordure di lurex con pizzi, piume, merletti, passamanerie, fiocchi, paillettes, nastri e cristalli, rigorosamente ricamate all’uncinetto o al chiacchierino. A coronamento dei ritratti (dipinti a mezzo busto, o in primo piano), l’artista produce una «cornice» in veste sia di bene durevole e ornamento (accessorio di moda), che di atteggiamento devozionale (la composizione votiva), munita di un’essenza che interagisce esteticamente con il resto della composizione, in un effetto intenzionalmente «barocco».

Il critico tedesco Georg Simmel (1858-1918), nel suo saggio La Cornice del Quadro, affermava che la cornice «…esclude l’ambiente circostante, e dunque anche l’osservatore, dall’opera d’arte e contribuisce a porla a quella distanza in cui soltanto essa diventa esteticamente fruibile». Ne consegue che per comprendere le opere di Lo Feudo (il gioiello inteso come «pezzo unico») è fondamentale rielaborare un linguaggio estetico che trasporta l’osservatore dalla sua percezione del mondo industriale (ravvicinato, tangibile, seriale) in un mondo «remoto» (l’irregolarità del gesto simbolico-devozionale, pittorico e plastico come impronta della sensibilità individuale dell’artista) e nel quale il rapporto tra produzione industriale e artigianale è quindi invertito.

Ne risultano opere che sembrano certificare un processo di ibridazione tra arte e moda, tra sacro e profano e – a fortiori – tra arte «pura» e artigianato, in un rapporto dicotomico che intercorre tra le le immagini di oggetti votivi ( legati all’oggettivazione di un immaginario magico-religioso) e tutte le discipline a funzione mediale che caratterizzano i gioielli alla moda e gli oggetti industriali e comunicativi legati all’universo femminile.

Nella congiunzione della funzione simbolico-narrativa attribuita a queste immagini convertite in oggetti, si condensa una sorta di funzione talismanica, quelle che in passato si definivano come «arti minori», «arti applicate» o «arti femminili». In questa sede, la relazione fra arte pura e applicata acquista una valenza diversa, segnando metaforicamente la presenza di una riflessione estetica in quello che genericamente viene indicato come ex voto.
Ma si tratta di arte, artigianato, moda o design? Siamo difronte a delle iconografie oppure a degli accessori di moda prêt-à-por•ter? Sono tavolette votive sul genere vanitas, oppure oggettistica «ex voto suscepto» da indossare? Amuleti sacri o talismani profani? Memento mori, oppure ritratti di dive eterne? Icone di culto mariano, medaglie commemorative, oppure allegorie romantiche, di tono foscoliano, dedicate a Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna? La risposta è indissolubilmente associata a quella nuova corrente che a mio avviso potrebbe essere definita come «Fenomeno Lo Feudo: Arte da Indossare».
Ed è proprio in questa sinergia tra arte e gioielleria che si forma un connubio perfetto con continui rimandi stilistici, soprattutto perché Lo Feudo – lavorando instancabilmente – diventa creatrice di un originalissima manifestazione artistica, riconducibile al ruolo di bijoutier-artiste, autrice di opere dalla mutevolezza simbolica, esplorando i margini di sovrapposizione e contaminazione tra arte sacra, ritrattistica, gioielleria e moda, interrogandosi su cause ed effetti dell’interazione tra tutte le sfere coinvolte in un processo di ibridazione tra le varie discipline.
Quasi in aperto contrasto – oppure sfoggiando un intenzionale anacronismo con l’estetica attuale della multimedialità digitale ed iperrealista di forme divorziate dal contenuto – i soggetti selezionati da Lo Feudo posseggono un’intrinseca aurea di enigmaticità, nel loro divenire oggetti connotati da una consistenza al contempo materiale e immateriale, sacra o profana. La metamorfosi del ritratto in collana ne costituisce certamente una declinazione quanto mai pregna di stratificazioni culturali. In un intreccio straordinario di simboli, l’artista ritrae un vortice di personaggi passando in rassegna vecchie attrici, cantanti e antiche principesse che con il loro carisma e il loro innato gusto sono diventate delle vere icone di stile, da Grace Kelly e Audery Hepburn a Marilyn Monroe e Rita Hayworth, da Mae West a Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, quindi dalla Madonna del Pilerio (protettrice di Cosenza contro peste e terremoto) alle poetesse Liala, Grazia Deledda e Amalia Guglielminetti, dalla Madonna della Serra (protettrice di Montalto Uffugo) a Sibilla Aleramo e Vittoria Aganoor. Soprattutto le poetesse o «spiriti eletti» presentati da Adele (allegorie anti-materialistiche cariche di significato rousseliano), sembrano coniugare coraggiosamente motivi di pacato lirismo nella cultura figurativa romantica di primo Ottocento, presentando da un lato espressioni di revival di tradizione ed immagine fotografica (dagherrotipia) e dall’altro quasi una valenza simbolica di un ex voto carico di credenza popolare, ma che qui raggiunge nella contemporaneità uno status di «gioiello-feticcio», vale a dire una spiritualità che oggi direttamente o indirettamente continuiamo ad accantonare, relegandola ad «ammasso confuso di resti dell’arte del passato».

Stefano Maria Baratti

Saggista

 

 

 

Adele Lo Feudo, the soul of Art deserves and saves Mankind
di Riccardo Proietti

Adele Lo Feudo (ALF) was born in Cosenza in 1967 but Perugia is the city where her artistic training was completed. Enchanted by her works, we are focusing on the cathartic and redeeming value of Art and hence on a conversation which turns into an interview.
Her first personal show was Wings for flying in 2010 followed by Fucsia in 2011, Motus Terrae in 2014 and many others. She organized events such A Pink Petal …not to forget, involving 65 artists in an anti-violence program on women, with a donation to a foundation with the works exhibited in Perugia and Cosenza.
In 2015 I realized a project titled Messi a nudo. I have asked various artists and common people to assume with a part of their body (exactly from the nose to the navel, using also the use of hands and arms) a pose that represented their personal concept of Art. Through an introspective inquiry of the same models where each of them represented a side of my own behaviour; the project began and ended with Adele painted twice as two opposing forces seeking an eternal balance.
Art as social awareness
The artist from Cosenza deals with the fundamental issues of her time – especially violence against women – deep reflections on the eternal conflict between life and death, (eros and thanatos), inspired by a dreamscape of life and work and invariably dedicated to her audience, with whom she wants to share her art.
I always thought that a painting was not only identified with aesthetics, but above all with content. Each work must include a message with social implications to be transmitted, poetry and emotion. Those who want to achieve goals must nevertheless suffer, and this side of life is so real in the most of my works; they often speak of fragility, pain , abuses, and surely, also about dreams and hopes.
Maccaturi
Cosenza is the hometown of Adele, very close to her roots. Starting from the photos of Gianni Termine, a calabrese Photographer, the paintress has created unique and original Maccaturi, painted on raw silk purchased by the cooperative Nido di Seta in San Floro (Catanzaro). The project involved 107 artists with the donation of 135 works.

The artist finely stretched the silk in a round frame, inside which she painted the images photographed by Termine. Inside each frame one can find the soul of an artist proud of her roots: seven artworks dedicated to Cosenza, and seven to Calabria.
Time after time, my artistic production has grown, becoming deeper and complex. Contradictions or rather contrasts are present in every person and I could not ignore it in painting. I continue to explore in the conviction that it will be a success as long as I can always be Adele. Art is nourishment and care for the soul…
Materials, techniques and performances
I usually paint with the acrylics, which I have been using since I had an allergic reaction to oil based colors. But this is not a strict criterion … how often the choice of using a given color, material or support, depends it depending on the project I want to accomplish. Everything changes based on the purpose I want to reach. I use everything: gauzes, feathers, nails, guitar strings, patches. ..
But if her works are original, her performances have a surreal and conceptual aftertaste …
Apparently, my performances were born randomly: in 2013, when I was involved in a project titled UbiCazioni and the organizers chose me because they were impressed with the set up of about how I had set up my unusual show at Cetona (Reflections). So in 2010 in New York I was fortunate to attend the performance of Marina Abramovic entitled Artist is present
I derive my take inspiration from my own life. Each of us has a wonderful and unique treasure, made of memories and something to draw. In my works and performances the conceptual is present. I love to combine different elements like painting, poetry, photography, music. I use everything I find useful to give value and strength to what my heart and mind feel to express.

Riccardo Proietti
Blogger

 

 

 

Per giungere fino a te
di Marco Botti

Sette anni di intensa ricerca artistica condensati in una grande mostra retrospettiva.
Negli spazi ricavati dalla ex chiesa di Santa Maria della Misericordia, nel cuore di Perugia, Adele Lo Feudo presenta “Per giungere fino a te”, il suo nuovo progetto espositivo che guarda a ciò che è stato, ma con il cuore e la mente già proiettati al futuro.

Il sette non è un numero casuale. Considerato fin dall’antichità e nelle principali religioni e filosofie uno dei simboli per eccellenza, esso rappresenta la conoscenza, la ricerca delle parti più recondite dell’esistenza, l’equilibrio perfetto. Il sette è anche il numero della creazione e della vita, l’espressione della mediazione tra umano e divino, tra terreno e spirituale.
Tutti questi elementi fanno da sempre parte dell’universo lofeudiano e il visitatore li potrà individuare nelle varie sezioni da cui è composta l’antologica.

L’artista e performer – cosentina di nascita e perugina d’adozione – muove dall’autoindagine per portare avanti una complessa esplorazione del mondo esterno e dell’uomo contemporaneo, ogni giorno alle prese con le contraddizioni, le debolezze, le instabilità che descrivono questa epoca.
“Per giungere fino a te” è dunque un vero e proprio compendio dei principali cicli che Lo Feudo ha portato avanti in questi anni. Eterogenei per la tematica ma allo stesso tempo legati da un fil rouge: il proprio vissuto.
Ecco quindi che possiamo ammirare le dualità vita/morte, luce/buio, sogno/realtà, presenza/assenza, osservare l’amore dell’autrice per la sua terra d’origine, la riconoscenza verso figure del passato che hanno segnato la sua crescita artistica e di vita, la sensibilità verso drammi tristemente attuali come la violenza sulle donne.

La cifra stilistica figurativa di Adele, l’uso peculiare del colore, in particolare del fucsia, la forza monumentale delle figure consentono all’osservatore di empatizzare subito con il suo mondo pittorico, in cui neorealismo e post pop sconfinano con originalità nell’iperrealismo, nel surrealismo e nel concettuale.
Nell’arte dell’eclettica pittrice coesistono un percorso solido alle spalle e un talento finalmente libero di esprimersi, ma soprattutto emerge il coraggio di una donna artista dei nostri tempi, che ha saputo superare gli ostacoli e abbattere le barriere che la vita le ha messo di fronte, che ha ottenuto la gioia passando per la sofferenza, che si pone degli obiettivi e lotta quotidianamente per raggiungerli.

Steve Jobs sosteneva che «siamo qui per lasciare una traccia nell’universo». Adele Lo Feudo quella traccia la sta lasciando, ogni anno sempre più evidente, ogni anno sempre più profonda… e non è difficile immaginare che il bello deve ancora da venire.

Marco Botti
Giornalista

 

 

 

QUI NON SI MUORE !
di Stefano Maria Baratti

Il titolo della galleria di Adele Lo Feudo, “Qui non si muore”, nella sua accezione più lata e più profonda, è indissolubilmente legato al contesto ideologico, estetico, plastico del cimitero comunale di Perugia, dove vengono interpretate in chiave pittorica le tematiche della vita e della morte.
Ma le immagini di Lo Feudo non rientrano nell’ottica del “docere delectando” o da atteggiamenti patetici e malinconici, tenerezze sentimentali volte alla capacità di commozione sul genere “ larmoyant”.
I pannelli di Lo Feudo si distinguono soprattutto per la capacità di sovrapporre l’opera d’arte (generata, per Hegel, dallo spirito assoluto e sua diretta manifestazione) alla banalità del luogo comune.

Il cimitero pertanto opera una sorta di conciliazione tra spirito e materia, universale e particolare, tra finito e infinito, verità e realtà e in ultimo tra uomo e assoluto.
I dipinti sono frammenti di un percorso, delimitato dal perimetro del cimitero di Perugia, dove – senza coinvolgere gli astanti – si mescolano asimmetria, grandiosità sbalordante di bassorilievi e statue, ordine e disordine, movimento barocco o neoclassico, plasticità ridondanti dell’ornato, mescolanze di elementi musicali e teatrali.
In tali frangenti, quando luce e tenebra si incontrano nella tela, nasce lo spazio tridimensionale e metaforico nel quale presumibilmente il cimitero testimonia vita e morte, come frattura insanabile fra vita ideale e realtà empirica.
Il titolo della mostra di Lo Feudo sembra trascendere qualsiasi misura di entropia e disordine: il modo verbale della frase “Qui non si muore” nasconde una sottile ambiguità pragmatica, in quanto può sottintendere sia un’asserzione (nel modo indicativo, come frutto di una deduzione), sia un divieto (nel modo imperativo, in maniera più o meno perentoria,).
“Qui non si muore” provoca lo stato d’animo forse più tipico del romanticismo: la profonda insoddisfazione del presente, che forse Lo Feudo espone con una traccia di malinconia.
Ricordo un bambino di otto anni che nello stesso cimitero di Perugia, insieme al padre, andava spesso a “visitare” sua madre, precocemente scomparsa.
L’avvenimento suscitava sempre nel bambino forti emozioni, incongrue con l’ambiente sobrio e sepolcrale. Correva a depositare dieci lire nella cassa del custode e ad afferrare il secchiello, riempirlo d’acqua, e poi, munito di scopetto e qualche margherita, si avviava, euforico, nei vasti meandri dedicati alla morte, nei quattrocento metri che dal cancello lo separavano da sua madre.
Il percorso era un labirinto monocursale, tratteggiato da aiuole variopinte e fantomatiche proiezioni di volti e forme angeliche di marmo, granito, bronzo e ghisa, le stesse che Lo Feudo ha voluto riprodurre in questi ventuno magistrali dipinti, che restituiscono al cimitero comunale il loro autentico dinamismo spirituale forse smarrito nel tempo.

Stefano Maria Baratti
saggista

 

 

 

SPERIMENTAZIONE E PASSIONE NELLA PITTURA DI ADELE LO FEUDO
di Emidio De Albentiis

Ci sono passioni che, pur potenzialmente presenti fin dal primo fiorire dell’autonomia personale di ognuno di noi, si fanno strada solo dopo percorsi se non tortuosi, perlomeno multidirezionali: è il caso dell’amore per la pittura (e, più in generale, per l’espressione artistica) di Adele Lo Feudo, cosentina di nascita ma ormai perugina di adozione. Il suo bagaglio culturale si è infatti nutrito, nel tempo, di elementi preziosi come la formazione classica durante il liceo, gli studi giuridici, prima, e di architettura d’interni, poi, durante gli anni universitari: in epoca più recente, quando la pittura stava diventando da semplice passatempo a profonda ed essenziale ragione di esistere, Adele ha coerentemente approfondito le tecniche artistiche conseguendo brillantemente il diploma di Maestro d’Arte. Ho voluto sottolineare questo articolato cammino non per semplice intento didascalico, ma per cogliere, fin dall’inizio, la dimensione complessa dell’ispirazione di Adele Lo Feudo, perfettamente rispecchiata dalla sua poetica d’artista e dal suo stile, che si richiamano entrambi, per più versi, ad una sorta di dimensione neo-pop venata di concettualismi a sfondo esistenziale, come si vedrà meglio più avanti. Né si deve sottacere un’evidente inclinazione della pittrice verso un marcato sperimentalismo che la porta spesso ad arricchire i dipinti con significativi ed espressivi inserti polimaterici, segno ulteriore – peraltro comune a tante esperienze di quest’ultimo secolo di arte – di quella volontà, tipica della Lo Feudo, di voler andare oltre i confini del linguaggio puramente pittorico.
Soffermandomi più volte a parlare con lei della sua visione estetica, ho avuto la fortuna, in un’occasione, di dare uno sguardo anche ai suoi taccuini d’appunti, in cui è possibile cogliere le tantissime idee che Adele elabora e sviluppa nella sua ricerca: solo una parte di questa produzione riesce poi a trovare effettivo spazio nella produzione pittorica, non tanto per lentezza esecutiva (cosa che, in sé, non sarebbe comunque un male), ma proprio per l’affastellarsi quasi caotico e magmatico con cui i progetti si rincorrono nella mente dell’artista. È il segno, questo, di un’urgenza emotiva che accompagna sempre i dipinti di Adele, che non sembrano conoscere pause nel loro voler trasmettere un’interiorità pervasa al tempo stesso da delicati trasalimenti e da tensioni destabilizzanti. Ma non si tratta solo di un’ispirazione neoromantica tutta centrata su se stessa, anche se questo tema occupa tanto il suo spirito: la Lo Feudo cerca anche, per quanto le è possibile come artista, una dialettica con l’Altro da Sé. Ho qui in mente, tra i dipinti del 2009, un’opera come On, dedicata ad Albert Einstein, o l’acrilico Nel silenzio della notte, in cui una porzione in sezione dell’Empire State Building di New York (che in qualche modo ricorda il celeberrimo lungometraggio Empire di Andy Warhol) dialoga con una scomposizione cromatica ispirata all’architettura del grattacielo e non priva di echi mondrianeschi.
È però opportuno tornare sui lavori per più aspetti autobiografici dell’artista, o perlomeno su alcuni di essi: uno dei temi centrali, sia sul piano formale che su quello più squisitamente poetico, è da individuare nella volontà di Adele di esprimersi mediante una sorta di caratteristica duplicazione, a volte di immediata e dichiarata leggibilità (come, ad esempio nel doppio autoritratto Mi specchio e mi rispecchio, con, ben percepibile, un dialogo tra solarità immediata e più inquieti palpiti notturni), in altri casi con ancor più sottili implicazioni. Penso, tra gli altri, a un dipinto particolarmente fascinoso come Che m’importa… se ho ali per volare!, in cui un altro autoritratto della pittrice, nuda e accoccolata entro uno spazio celeste indistinto senza che sia possibile scorgere il suo volto, pare racchiusa in se stessa nonché frenata nel suo possibile volo a causa di pernetti metallici infissi nel suo corpo: nella parte superiore dell’opera, la Lo Feudo ha però inserito il profilo di due ali, in parte realizzate grazie ad incavi nel supporto e in parte con elementi dipinti talvolta terminanti con delle piume. Benché il titolo di questo lavoro si presti ad una duplicità semantica, credo che la migliore interpretazione, naturalmente anche e soprattutto sulla base dell’immagine creata dalla pittrice, consista nel difficile rapporto tra il nostro fatale essere legati – quantomeno per forza di gravità – alla terra e il desiderio di poter spaziare nell’infinito.
A questo punto dell’analisi ritengo importante sottolineare il rilevante ruolo intellettuale e la notevole forza ispiratrice rivestiti, per Adele Lo Feudo, da una pittrice straordinaria come Frida Kahlo: proprio in tempi molto recenti, Adele ha compiuto un viaggio in terra messicana per renderle omaggio, ma l’amore per la geniale e sfortunata artista rimonta certamente indietro nel tempo. Da Frida sembrano quindi discendere opzioni stilistiche come la predilezione per le immagini doppie e le implicazioni esistenziali, capaci simultaneamente del tormento e del sogno, nonché un certo, sensibile grado di autobiografismo (tra le altre opere, in tal senso significative, dell’artista cosentina, citerei due dipinti del 2009 dal medesimo titolo, Il mio limite, in cui l’iride oculare assume una funzione di complesso e travagliato diaframma tra Sé e il mondo esterno). Naturalmente, con questo, non si intende affermare che la pittura della Lo Feudo sia semplicemente un calco della grandissima arte di Frida Kahlo, quanto sottolineare come quest’ultima sia stata e continui ad essere un punto di riferimento e di meditazione. Anche lo stesso iconismo di Frida sembra avere trovato spazio nella pittura di Adele, ma tale elemento formale appare essere una scelta con radici ancora precedenti, derivanti da quelle atmosfere neo-pop cui già si faceva cenno: a questo proposito pare utile ricordare alcune esperienze pittoriche di qualche anno fa, centrate su celebri icone di massa come, ad esempio, Moana Pozzi e la cantante italo-francese Dalida. Questa mostra perugina di Adele Lo Feudo va vista certamente come una tappa importante del suo cammino di artista, senz’altro aperto verso ulteriori traguardi ancora tutti da scoprire sia per lei stessa che per quanti vorranno soffermarsi ad ammirare i suoi lavori.

Emidio D. De Albentiis
Direttore Accademia Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia